GENOVA. «Spero in una riapertura delle indagini sul mio caso, dopo 25 anni porto ancora sul corpo e nella mente le cicatrici di quello che è successo alla scuola Diaz, e pensare che i poliziotti che mi hanno fatto finire in coma sono ancora in servizio e hanno fatto carriera mi spinge a lottare per questo. Anche se a volte sì, sono stanco». Mark Covell è un giornalista di 58 anni. Ne aveva 33 quando nella notte del 21 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova, venne trattato «come una palla da football» dagli agenti del reparto mobile della polizia nell’operazione poi definita “macelleria messicana”. Al tempo Covell era un freelance del collettivo Indymedia. Oggi vive e lavora a Londra con la moglie Laura, conosciuta proprio a Genova. Per il pestaggio 16 ufficiali di polizia sono stati condannati dalla Corte dei Conti a risarcire complessivamente Covell con 110mila euro. Una cifra che non è bastata neppure a coprire le spese sostenute per i continui viaggi in Italia e quelle per dare vita al progetto “Diaz Supervideo”, una raccolta di materiale audiovisivo che ha consentito agli avvocati del Genoa Legal Forum di vincere le cause e che ha rappresentato uno dei primi esempi di architettura forense in Europa.
Covell, il giornalista che finì in coma al G8 di Genova: “Quei poliziotti hanno fatto carriera”
Il pestaggio, le costole rotte e i 16 denti spaccati: «Alla Diaz fui trattato come una palla da football»













