Di quelle terribili settimane mi sono rimasti impressi due articoli di giornale, uno di Repubblica e l’altro del Corriere della Sera. Erano articoli di giornalisti molto noti che lasciavano trasparire, basandosi su stralci di intercettazioni di persone che parlavano di me, il profilo di un politico corrotto, di un criminale senza scrupoli, «dagli occhi di ghiaccio», tra «soldi, coca e affari». Giudizi lapidari, senza appello, non cronache di fatti circostanziati ma sentenze preventive.
D’altronde lo scalpore suscitato dall’inchiesta “Mafia Capitale”, a partire dal suo avvio nel dicembre 2014, era stato enorme, non tanto per la dimensione oggettiva delle contestazioni quanto per il fatto che la capitale d’Italia fosse – secondo i magistrati che indagavano – sotto scacco di gruppi criminali che, presidiando il territorio, avevano di fatto scalato l’amministrazione comunale attraverso la contiguità di politici locali. Da allora fiumi di articoli e ore di trasmissioni televisive, alimentate dalla costante diffusione di intercettazioni parziali e decontestualizzate, occuparono l’intero spazio del dibattito, precostituendo conclusioni molto prima che potessero farlo i giudici nei vari gradi di giudizio.















