«Dopo 27 anni di carcere, 15 dei quali passati inghiottito nel buio del regime del 41 bis, metà della mia vita è stata cancellata da innocente. Oggi voglio riprendere in mano la mia esistenza e vivere con la mia famiglia e gli affetti più cari. Le sentenze si rispettano, e io ho espiato la mia pena anche se non la considero giusta». Armando Li Bergolis, 51 anni, esponente dell’omonima famiglia di allevatori garganici, scarcerato nei giorni scorsi dopo aver scontato 22 dei 27 anni (5 scontati per buona condotta) inflitti per mafia, droga, estorsione nel maxi-processo alla mafia garganica, scrive alla “Gazzetta” per dire d’essere stato condannato da innocente. Quello che ha sempre affermato. Sia quando si costituì in carcere il 2 settembre 2004, cioè 70 giorni dopo il maxi-blitz con 99 arresti. Sia quando la corte d’assise di Foggia il 7 marzo 2009 lo condannò quale capo del potente e sanguinario clan Li Bergolis, assolvendolo da 5 omicidi a fronte della richiesta di ergastolo della Dda. Sentenze confermate integralmente in appello e Cassazione.
«Ho pagato il mio conto con la giustizia, ma non posso tacere e non riferire che le carte dei processi rivelano anomalie che verranno approfondite nelle sedi giudiziarie. In tutti questi 22 anni”, prosegue Armando Li Bergolis che aggiunge: «i giornalisti hanno riempito le pagine dei giornali scrivendo fiumi di parole su prove che per amore di verità dovranno essere rivalutate. Tutto il mio processo si è retto su quella che hanno sempre definito la ‘prova regina’: le intercettazioni ambientali abusive di Orti Frenti sbobinate e trascritte fuori dai luoghi consentiti dalla legge, perciò senza tutela e garanzia di verità e fedeltà. Una vera e propria trappola. Io voglio semplicemente tentare di riprendere il percorso della mia vita. E non credo sia giusto restare in silenzio ed essere nuovamente etichettato da tutti come un capo mafia».














