di

Fulvio Fiano

L'autodifesa dell'ex sottosegretario alla Giustizia: «Non sapevo fosse un prestanome della camorra, il locale era accogliente e mi disse di volerne aprire uno per la figlia»

«Una dolorosa, imperdonabile leggerezza», seguita da «una precipitosa fuga da quella società» e dalle «dimissioni nate dal mio rigore morale» ma che non può trasformarsi in «un auto da fè». Per due ore l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro risponde alle domande della commissione Antimafia nella vicenda che lo ha visto socio della figlia di un prestanome del clan Senese (una seconda parte dell’audizione avviene in modalità segreta) lasciando aperti interrogativi che la stessa presidente Chiara Colosimo invita a mettere al centro di una riflessione che va al di là del caso trattato: possibile che un membro del governo abbia potuto entrare in rapporti con un personaggio legato alla camorra senza che nessuno lo mettesse in guardia o lo fermasse prima di incappare in quell’errore?

«Ho coinvolto io i miei colleghi di lavoro di Biella»«Non avevo assolutamente contezza di chi fosse Mauro Caroccia - ripete Delmastro - altrimenti avrei usato delle cautele per non figurare in società con sua figlia». Una scelta nata, a dire dell’ex sottosegretario, da ragioni meramente di gusto: «La prima volta che cenai nel vecchio locale di Caroccia ci andai perché trovai chiuso il ristorante lì vicino dove sarei voluto andare. Trovai un ambiente simpatico e divertente e tornai altre volte. Poi, entrato in confidenza con lui, mi disse che avrebbe voluto aprire un ristorante più piccolo da affidare a sua figlia, quindi non vidi nessuna stranezza quando si trattò di intestare a lei la società». Sulle ragioni imprenditoriali di entrare in affari con una 18enne a 700 chilometri dalla sua Biella, Delmastro non vede contraddizioni: «La decisione è stata mia e sono stato io a coinvolgere i miei colleghi di partito di Biella, che avevano conosciuto quel ristorante quando erano venuti a Roma a trovarmi».