Una lunga serie di coincidenze, errori e leggerezze: ecco l’affaire “Bisteccheria d’Italia” secondo la versione dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Il deputato di Fratelli d’Italia è stato sentito oggi in commissione Antimafia nell’ambito del filone d’inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel sistema politico e, per oltre due ore, ha ricostruito l’avventura imprenditoriale che l’ha poi portato alle dimissioni. L’audizione ruota intorno alla società “Le 5 forchette”, proprietaria del ristorante sulla Tuscolana, nella Capitale, che Delmastro, e altri politici biellesi di FdI, aveva fondato insieme a Miriam Caroccia, figlia di Mauro, in carcere per mafia. Un’attività che secondo gli inquirenti serviva a ripulire i soldi della criminalità organizzata.

Il deputato sceglie la strada dell’ingenuità: «Potete non credermi, ma non sapevo nulla del legame con i clan. Nulla del procedimento che riguardava Caroccia. Niente di niente». L’ex sottosegretario non ha chiesto informazioni alla sua scorta e gli agenti della polizia penitenziaria a lui dedicati non hanno ritenuto necessario fare nessun controllo. Non solo. «Non ho nemmeno cercato su Google. Un’imperdonabile leggerezza politica». Nel ristorante dei Caroccia, ricorda Delmastro, «ci sono finito per caso. Da fuori sembrava simpatico e divertente. Ovviamente se avessi saputo i legami con i clan non ci sarei andato e non avrei aperto una società». Invece in quel locale ci torna diverse volte e si ritrovare ad ascoltare Mauro Caroccia lamentarsi dei costi di gestione, sognare per la figlia un’attività. «Per questo ho deciso fare questo piccolo investimento». Il senatore Walter Verini del Pd lo incalza: «Per capire chi fossero i Caroccia non era necessario accedere alle banche dati delle forze dell’ordine, ma sarebbe stato sufficiente leggere i giornali». Il deputato non si scompone: «Guardi, mi sento vittima anche io di un meccanismo. Se qualcuno mi avesse avvisato, avrei lasciato stare. Ma così non è stato». Delmastro si descrive come incauto: «Nessuno mi ha mai adombrato un dubbio, nemmeno lontanamente. Però, parliamoci chiaro, se avessi avuto un disegno criminoso avrei usato dei prestanomi, non avrei messo sul tavolo la mia carta d’identità».