“Non sapevo chi fosse Mauro Caroccia. Se l’avessi saputo, non solo non ci avrei fatto una società, ma non sarei nemmeno andato a mangiare nel suo locale. Poi ho visto che bastava digitare su Google, è stata un’imperdonabile leggerezza politica“. È questa, in sintesi, l’autodifesa di Andrea Delmastro di fronte alla Commissione parlamentare Antimafia, dove l’ex sottosegretario alla Giustizia è stato ascoltato in audizione sullo scandalo della “Bisteccheria d’Italia” sollevato dal Fatto, che lo ha costretto alle dimissioni. Ai numerosi parlamentari che gli hanno chiesto come sia stato possibile, per un esponente di governo, aprire un ristorante con la figlia del prestanome del clan Senese, l’esponente di Fratelli d’Italia risponde scaricando la responsabilità su altre figure: “Nessuno mi ha mai adombrato neanche solo un dubbio. Notaio e commercialista non mi hanno dato alcun alert, se me l’avessero dato mi sarei ovviamente fermato. Non so come sia possibile che nessuno degli apparati ne abbia avuto contezza. Sotto questo profilo mi sento, tra virgolette, vittima anch’io di un meccanismo che invece si doveva e si dovrà mettere in campo, me lo auguro per chiunque”. Come elemento a sua discolpa, Delmastro insiste sul fatto di essere entrato nella società col suo nome: “Sarebbe un insulto alla mia intelligenza pensare che se io avessi saputo avrei fatto una società senza dei prestanome“.