"Nessuno mi ha consigliato il locale. Non ricordo se consultando le app, ci siamo fermati lì ma era comunque pieno: aveva una struttura simpatica e così dopo qualche mese ci finii per la prima volta. Ovviamente se avessi saputo non ci avrei fatto una società e non ci sarei andato mai più immediatamente. La precipitosa fuga dalla società lo testimonia inequivocabilmente". Così l'ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, ascoltato in commissione parlamentare Antimafia, in merito alla sua partecipazione al locale "Le Cinque Forchette" insieme alla figlia del ristoratore Mauro Caroccia, ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese. "Ritengo di non essere indagato in questo momento", ha detto. "Bastava digitare Google, è vero. Non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica, che ha portato alle mie dimissioni", ha poi proseguito. "Se avessi 'googlato' non avrei fatto la società, non ci avrei rimesso dei soldi e non mi sarei dimesso", ha detto Delmastro, rispondendo all'obiezione che sarebbe stato sufficiente consultare un motore di ricerca su Internet per sapere chi fosse Mauro Caroccia. "Non ho mai avvisato Giorgia Meloni" della partecipazione a quella società, ha proseguito. "L''unico che ho avvisato in quanto responsabile organizzativo del partito è stato l'onorevole Donzelli, condividendo con lui la necessità di uscirne precipitosamente. E l'ho avvisato appena saputo della condanna" di Caroccia."Non so come sia possibile che nessuno degli apparati ne abbia avuto contezza. Sotto questo profilo mi sento, tra virgolette, vittima anch'io di un meccanismo che invece si doveva e si dovrà mettere in campo, me lo auguro per chiunque", ha proseguito Delmastro, spiegando poi che "dopo essere ritornato in questo locale ci andai anche altre volte e nel frattempo Caroccia mi disse che il locale era troppo grande e voleva avviare con la figlia una nuova attività in un contesto più piccolo. Per me fu poi normale che ci fosse la figlia. I notai non mi hanno dato alcun alert relativo all'antiriciclaggio, se me lo avessero dato mi sarei immediatamente fermato". All'epoca, ha aggiunto il sottosegretario, "ero in buona fede e non avvertii alcun alert non solo e non tanto perché mi fosse consigliato da forze dell'ordine. Certamente posso dire che in quel locale si sono avvicinate forze dell'ordine salutandomi e chiedendomi delle foto, anche questo può aver contribuito ad abbattere alert sul locale, che sembrava fosse ben presentato". Delmastro ha quindi ricostruito la dinamica della sua uscita dalla società: "Il 18 febbraio vi sarebbe stata la condanna definitiva di Caroccia e il 27 febbraio io ero fuori dalla società. Non appena ho avuto notizia vi è stata una precipitosa fuga mia e di tutti i soci da quel contesto societario, disinteressati al fatto che questo comportava perdere ogni investimento fatto. L'importante – ha ricordato – era fuggire in ogni modo a un contesto che è distante anni luce dalla mia formazione culturale. Ho conosciuto Carroccia quando andammo a cena lì, prima ancora non sapevo chi fosse. Al 18 o 19 febbraio vi è contezza e io il 27 cedo le quote a un'altra socia, la signora Pelle. Scopro la cosa, avviso tutti e dico che dobbiamo uscire velocemente. La mia quota finanziamento come socio era di 25mila euro più altri 1.500 euro dopo", ha detto. Fra i dubbi legati al suo coinvolgimento nel caso, c'è anche sull'omessa comunicazione relativa alla partecipazione alla società. Rispondendo in merito, Delmastro ha assicurato di aver mandato tutto "al commercialista" e "la giustificazione che mi ha dato, fermo restando che è un errore, è che la società è stata costituita il 16 dicembre 2024 ma non è entrata in esercizio, era inattiva; è entrata in esercizio il 3 aprile 2025 e quindi variazioni economiche sarebbero state comunicate nel 2026". Di conseguenza, è stato un "errore interpretativo, l'ho commesso io, che sono tenuto al deposito, ma questa è la spiegazione", ha detto. Tutto questa vicenda "ha portato a fatali, irrevocabili dimissioni, precipitato ineludibile per salvaguardare tutta l'attività del governo a contrasto della criminalità organizzata". La difesa dell'ex sottosegretario è continuata: "Sono della Lazio" ma "non ho mai frequentato gruppi organizzati di tifosi", ha detto sottolineando che la sua "non è una tifoseria vissuta in curva".