Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiLe elezioni riconsegnano periodicamente agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Solo che il Parlamento (cioè il sistema dei partiti) glielo hanno tolto dal 2005. Le motivazioni per opporsi alle preferenze vanno da quelle classiche (preferenza uguale a corruzione, a ingenti spese, a traffico di influenze), a quella più recente (le preferenze penalizzerebbero la rappresentanza femminile).

La motivazione vera è un’altra: il controllo diretto del segretario di partito sugli eletti. Si è ormai consolidato un sistema demo-oligarchico, che si fonda sulla sottrazione agli elettori del loro potere fondamentale. Giorgia Meloni ha tentato coraggiosamente, in quanto leader di partito e di governo, di aprire la scatola nera dei partiti, riproponendo le preferenze. Nell’operazione le sono rimaste incastrate le dita. La scelta degli eleggibili da parte dei partiti potrebbe essere un’idea passabile, se i partiti, che svolgono una decisiva funzione democratica, fossero stati regolati da una legge, in attuazione dell’art. 49 della Costituzione più bella e più inattuata del mondo.

Invece se ne stanno al di sopra, da sempre. Giovanni Sartori spiegava, non senza cinismo, che i partiti non sono democratici al loro interno e che, tuttavia, il loro conflitto produce la democrazia. Il Paese non ci crede più. Si arriverà, di questo passo, ad una crisi/implosione del sistema? Finora è stata evitata a causa di una propensione consociativa di lunga tradizione del sistema politico italiano, che oggi si presenta come “pareggismo”.