Gabriele Elia

Powered by

C’è una riforma che vale più di tante promesse elettorali. È il ritorno delle preferenze. Da anni ci lamentiamo di una classe dirigente spesso percepita come distante, poco radicata nei territori e, in molti casi, ricordata più per il silenzio che per il lavoro svolto. Parlamentari arrivati a Roma grazie a una candidatura decisa dall’alto, senza aver mai dovuto conquistare direttamente la fiducia dei cittadini. La domanda è semplice: davvero i cittadini sceglierebbero peggio delle segreterie di partito?

La storia delle amministrazioni locali racconta spesso il contrario. Quando gli elettori possono esprimere una preferenza, premiano chi conoscono, chi lavora sul territorio, chi ci mette la faccia, chi costruisce consenso con l’impegno quotidiano e non soltanto con una firma in calce a una lista. Le preferenze non eliminano tutti i difetti della politica. Ma restituiscono una responsabilità fondamentale: scegliere le persone, non soltanto i simboli.

C’è poi un secondo tema, forse ancora più importante: l’affluenza. Milioni di italiani hanno progressivamente smesso di votare. Le ragioni sono molteplici, ma una è evidente: tanti cittadini hanno la sensazione che il loro voto incida sempre meno sulla scelta della futura classe dirigente. Se il Parlamento viene percepito come il risultato di nomine e non di selezioni democratiche, è inevitabile che crescano disillusione e astensionismo. Le preferenze possono rappresentare uno degli strumenti più efficaci per ricostruire quel rapporto di fiducia tra elettori e istituzioni. Perché quando un cittadino sceglie una persona, sente di partecipare davvero alla costruzione della rappresentanza.