La contesa sulle regole del voto rischia di nascondere il vero nodo del Paese. Tra Ucraina, Mediterraneo e Medio Oriente, Roma è chiamata a scegliere una direzione strategica che la politica continua a rinviare. Il commento di Francesco Sisci
Il dibattito in questi giorni verte sulla legge elettorale, controversa, complicata. Forse sbagliata, perché dà a chi raggiunge il 40% un premio di maggioranza schiacciante, forse giusta per evitare inciuci. Per entrambi, maggioranza e opposizione, sembra si tratti di andare oltre il merito della questione sul tappeto. Vogliono aprire una battaglia ideale che, come sul referendum sulla magistratura, presenti con chiarezza un tema semplice agli italiani e unitario per gli schieramenti.
La domanda è: “Sei a favore o contro una democratura elettorale?”, secondo l’opposizione. “Sei a favore o contro un governo saldo che riesca a lavorare evitando magheggi?”, secondo il governo. Al di là dell’iter parlamentare, il problema sta infiammando il dibattito, come accadde con il referendum della magistratura.
Allora, come oggi, c’era un problema di fiducia nei partiti politici che vanno al governo. Allora era: ti fidi più dei giudici o dei politici? Gli italiani scelsero i giudici. Oggi è: ti fidi di dare più potere al governo, o preferisci gli intrighi che limano-smorzano le possibili democrature? Vista la sfiducia nella politica e nei governi in generale, comprovata dai numeri alle urne, la risposta sembra facile.














