L’accorato appello di Lucia Borsellino e di tutti i familiari del giudice ucciso in via D’Amelio con gli agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, ripropone temi che la gente comune (non tutta, ovviamente) avverte in maniera più marcata a ogni anniversario, ma che bruciano sulla pelle dei parenti delle vittime ogni santo giorno, da 34 lunghissimi anni.Verità e giustizia, invocano, sin dalle 16,58 di quel 19 luglio 1992, quei sopravvissuti ai loro cari inghiottiti dal tritolo di via D’Amelio. E la verità e la giustizia non arrivano che molto, molto parzialmente: i livelli mafiosi sono stati individuati e colpiti, anche se dopo un errore giudiziario - evitabile, inevitabile? comunque non evitato - che ha purtroppo screditato l’amministrazione della giustizia nel suo complesso. E basta leggere le parole che il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio de Lucia, pronuncia nell’intervista che pubblichiamo, per rendersi conto del danno enorme che è stato provocato: «Il processo penale è fallito».Verità e giustizia - con reati e autori da individuare, perseguire e di cui ottenere la condanna - cerca la Procura di Caltanissetta, che ancor oggi punta su eventuali responsabilità «altre».Un servizio completo di Riccardo Arena sull'edizione del Giornale di Sicilia in edicola oggi
Una strage e troppe ipotesi. Giustizia per Paolo, ma quando?
Su via D'Amelio 34 anni dopo non c'è una verità completa: i familiari delle sei vittime la invocano da tempo senza ottenerla. L'appello della figlia del giudice Borsellino










