Trentiquattro anni dopo, nell'Italia del 2026, quella domenica d'estate del 19 luglio del 1992 in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta – Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – rappresenta molto più di una semplice ricorrenza: è l'emblema di una giustizia ancora dolorosamente incompiuta e di un dovere civico che non ammette scorciatoie.

L'eccidio avvenne appena 57 giorni dopo l'attentato di Capaci costato la vita a Giovanni Falcone. In quel lasso di tempo, l'attività incessante di Borsellino lo aveva reso un bersaglio imminente e temutissimo dai vertici di Cosa Nostra, tanto che la sua eliminazione divenne, per i boss, non più rinviabile.

La ferocia dell'autobomba – che travolse un'intera scorta per colpire il magistrato con un messaggio plateale – fu solo l'incipit di una vicenda istituzionale lunga e opaca.

Via D'Amelio non è soltanto la cronaca di un attacco mafioso allo Stato; coincide con quello che la giustizia ha definito uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana. Le dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino, rivelatesi frutto di pesanti condizionamenti investigativi, hanno allontanato per anni l'accertamento dei fatti.