Borgo Mezzanone non è un’emergenza. È una scelta che dura da decenni. Ci indigniamo sempre allo stesso modo. Cambia il dettaglio, resta immutata la sostanza. Oggi sono gli oppioidi che, secondo le testimonianze raccolte dalla stampa, circolerebbero tra i braccianti per sopportare turni massacranti nei campi. Ieri erano gli incendi nelle baracche, le morti sul lavoro, il caporalato, la violenza, le condizioni igieniche disumane.
Ogni volta reagiamo come se fossimo davanti a un’emergenza improvvisa. Ma Borgo Mezzanone non è un’emergenza. Un’emergenza dura giorni, settimane, forse mesi. Decenni sono una scelta politica.
Quando migliaia di persone vivono stabilmente in un insediamento informale senza condizioni minime di dignità; quando il lavoro agricolo continua a poggiare anche sulla vulnerabilità di chi non ha alternative; quando perfino l’idea di assumere una sostanza per riuscire a sopportare dieci ore nei campi diventa plausibile, allora non siamo davanti a una semplice distorsione del sistema.
Siamo davanti al suo funzionamento. Borgo Mezzanone non è soltanto un luogo fisico. È il simbolo di una frattura più profonda: quella tra un modello economico che necessita di manodopera fragile e una politica incapace di garantire diritti, abitare dignitoso e percorsi reali di inclusione.











