Pubblicato il: 09/06/2026 – 9:59

La recente strage di Amendolara, nel Cosentino, dove quattro braccianti hanno perso la vita per mano dei loro caporali, ha riacceso i riflettori sulla piaga dello sfruttamento nei campi italiani. Un episodio di inaudita violenza che, tuttavia, non rappresenta un fulmine a ciel sereno per chi da anni studia e combatte questo fenomeno. Ai microfoni di Buongiorno Regione Calabria, il professor Marco Omizzolo, sociologo e docente alla Sapienza di Roma, ha analizzato l’evoluzione di quello che definisce un vero e proprio «sistema criminale». Omizzolo, noto per essersi infiltrato in passato tra i braccianti dell’Agro Pontino vivendo sotto scorta per le sue denunce, evidenzia come il caporalato non sia più un fenomeno rudimentale, ma una struttura complessa e interconnessa.

La disumanizzazione dei lavoratori e la logica dell’impunità

«Il fenomeno del caporalato, del padronato e dello sfruttamento si è evoluto. Oggi abbiamo informazioni che ci hanno consentito di comprendere la complessità e anche la natura davvero criminale e, in alcuni casi, persino mafiosa di questo sistema». Secondo i dati Eurispes citati dal sociologo, il volume d’affari legato al fenomeno criminale è impressionante: un business da 25,2 miliardi di euro.Ciò che impressiona di più è la totale disumanizzazione del lavoratore, considerato un mero ingranaggio usa e getta: «È un business agro-mafioso di straordinario impatto, che non deriva soltanto dallo sfruttamento dei migranti e in alcuni casi anche degli italiani, ma anche da attività di sofisticazione, di truffa, di racket internazionali e di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Soprattutto, come nel caso del cosentino, questo sistema prevede l’utilizzo delle persone fino a che queste non sono più utili o, anche semplicemente perché chiedono un leggero aumento della retribuzione o migliori condizioni abitative, vengono addirittura punite in uno spazio pubblico». «Ciò che è accaduto, cioè l’utilizzo del fuoco, – spiega ancora Omizzolo – non è in realtà una novità nella storia del caporalato e dello sfruttamento. Ciò che è davvero impattante è il fatto che lo abbiano fatto per l’appunto in una piazzola pubblica, sotto le telecamere, in un ambiente che poteva essere visto da tanti, secondo una logica proprio di impunità e di facilità nell’utilizzo di questo genere di tecniche e di azioni criminali che lascia davvero riflettere rispetto al livello a cui siamo arrivati».