Il minivan in fiamme sulla statale 106, ad Amendolara, in Calabria è una deriva estrema del nuovo schiavismo e l’ennesimo segnale di una piaga che continua a prosperare nelle campagne del Mezzogiorno, con due snodi storici in Puglia e Basilicata due dei suoi snodi storici. E questo a quasi dieci anni dalla legge 199 del 2016, che ha introdotto strumenti più efficaci per colpire l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro agricolo. Anzi, come osservano magistrati e ispettori del lavoro, il caporalato contemporaneo è diventato più sofisticato. Accanto alle forme tradizionali di reclutamento illegale si sono sviluppate modalità fatte di cooperative fittizie, società di servizi e contratti apparentemente regolari per mascherare l’atroce sfruttamento.
Stando al VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto, in Italia i lavoratori agricoli irregolari sono circa 200 mila. Il settore agroalimentare vale oltre 73 miliardi di euro, e una parte della sua competitività seguita a poggiare su salari bassissimi, lavoro nero e vulnerabilità sociale.
La Puglia rappresenta da tempo il laboratorio più evidente di questa contraddizione. Dal Tavoliere foggiano alle campagne del Barese e del Tarantino, migliaia di lavoratori stagionali, molti dei quali stranieri, continuano a vivere in insediamenti precari, spesso lontani dai centri abitati e dai servizi essenziali. È la stessa terra che nel 2015 vide la morte della bracciante Paola Clemente, divenuta simbolo della lotta contro lo sfruttamento agricolo.










