“Ad Amendolara si è consumata l’ennesima tragedia annunciata. I braccianti sono vittime di un sistema malato che umilia, sfrutta e uccide”. Per Marco Omizzolo, docente universitario e profondo conoscitore dei fenomeni di caporalato e agromafie, sociologo dell’Eurispes, autore del libro-verità Il mio nome è Balbir (People, 2025), sarebbe un errore considerare quest’ultima strage un episodio isolato. “I migranti sono valutati alla stessa stregua degli attrezzi di lavoro e allora, quando non servono più, si gettano via, a maggior ragione se hanno provato ad alzare la testa”.
Ogni volta che ci scappano i morti si torna a parlare di caporalato e sfruttamento nei campi. Ma non è il segno di una realtà endemica?
Una realtà endemica, sistemica, organizzata, pianificata e diffusa. Non soltanto nazionale, ma internazionale. Non soltanto in agricoltura, ma in diversi ambiti del mercato del lavoro. Questo continuo mettersi il lutto al braccio, benché comprensibile, dà il segno di un profondo provincialismo e di una grave sottovalutazione della questione, di cui ci ricordiamo soltanto quando accadono eventi drammatici, traumatici, e non invece nella quotidianità. Non solo in ambito lavorativo, ma pure sul piano del consumo e della tutela ambientale. Siamo troppo distratti e anche, secondo me, in qualche modo complici.










