In queste settimane abbiamo tutti - anche noi, certo - teorizzato scenari da pericoloso e inquietante flashback palermitano con proiezioni sugli anni Ottanta delle faide, dei morti ammazzati contati come i grani di un rosario, di uno Stato impotente e assente, di una collettività inerme e assuefatta. Una proiezione forse un po’ troppo frettolosa e semplicistica. La realtà è che azioni e metodi investigativi più efficaci, mafiosi regrediti che si aggrappano ai pischelli della bassa manovalanza, tessuto economico meno permeabile (non del tutto impermeabile, certo che no), collaboratori di giustizia non più chimere e coscienza collettiva scevra dall’inedia connivente e aggiogata di un fosco tempo che fu, costituiscono una vincente combinazione.Se tuonano i kalashnikov, esplodono le bombe carta e i pacchi incendiari, saltano le saracinesche e le vetrine, fioccano le spedizioni punitive fra minacce, botte, spari e teste di capretto, l’immagine immediata che se ne trae è quella di un brutto salto all’indietro. Ma proprio questo finisce paradossalmente per essere il punto di non ritorno per questa mafia di borgata che riciccia se stessa e si inchioda ai suoi stessi limiti.Fino a non oltre un anno fa urlavamo contro il dilagare del fiorente business mafioso della droga, in coro con i tonanti anatemi dell’arcivescovo Lorefice issato sul carro della patrona a smorzare i frizzi e lazzi della festa laica. Negli ultimi mesi, accanto al sempiterno spaccio, sulle cronache è tornato a campeggiare il vecchio pizzo. Rozzo e plateale, tanto da apparire per un po’ solo un metodo volutamente eclatante per imporre nuovi equilibri, cercare nuovi assetti, definire nuovi poteri. Scattano le indagini e piano piano il mosaico si compone per quel che in realtà appare essere: un trentacinquenne, con un pedigree mafioso non certo di altissimo profilo e un passato nello smercio della droga, che tenta di fare la voce grossa dal carcere - evidentemente anche con il fattivo supporto di mamma e papà - e sguinzaglia scanazzati più o meno di primo pelo contro bar, negozi, lidi balneari e autoparchi. E pazienza se qualcuno di loro si perde anche i pizzini con la lista dei bersagli. C’è chi denuncia, c’è chi è costretto a denunciare, c’è chi si fa beccare e decide di parlare. E, puff, il vecchio stantio metodo di potere si scioglie come un gelato in queste giornate di luglio.Piuttosto inquieta e preoccupa parecchio di più il nesso fra la detenzione in un carcere pugliese del puparo in questione e l’arrivo proprio dalla Puglia del ricco arsenale con cui - dicono - sarebbe stato pronto a scatenare chissà che guerra di supremazia. Inutile baloccarsi sull’ingenua coincidenza. E invece bisognerebbe - questo sì, presto e anzi subito - tornare a occuparsi della reale metodologia di detenzione di carcerati che continuano bellamente ad esercitare dal gabbio. E agli atti di questa retata a quanto pare non è certo finito un singolo caso. Nell’onnivoro e frainteso perbenismo woke degli ultimi bislacchi anni sembra essere rimasto intrappolato anche questo delicato nodo. E confondere diritti civili con lassismo e maglie larghe può solo nuocere all’azione stessa che la detenzione dovrebbe perseguire.È vero, non sono più i tempi dei lascivi festini (con la f minuscola) a base di aragoste e champagne al Grand Hotel Ucciardone, ma del resto ai grezzi picciottazzi di mafia di oggi certi gaudenti lussi restano probabilmente sconosciuti a prescindere. E allora, che facciamo? Li lasciamo dare ordini attraverso teneri colloqui con gli afflitti genitori e gli consentiamo di acquistare armi dal vicino di sbarre? Sarà anche una mafia di bassa lega (vale la pena ancora chiamarla Cosa nostra?). Ma guai a sottovalutarne le mire. I cani sciolti e i rampolli rampanti sono spesso più pericolosi di gerarchie criminali ben definite e vecchi padrini.Portare l'Esercito sulle strade da solo non serve, se poi il carcere resta un centro alternativo di comando mafioso. Una riflessione che consegniamo alla premier Meloni, ieri scesa in una Palermo assolata e, per l’ennesima volta, mondata (per quanto tempo stavolta?) da una delle sue ataviche pesti. Viva la Giustizia.E, naturalmente, Viva Santa Rosalia.