Guardare Che ci faccio qui di Domenico Iannacone, su Rai 3, e vedere ancora una volta le condizioni nelle quali vivono tanti lavoratori immigrati nella Piana di Gioia Tauro (sebbene negli ultimi giorni pr alcuni migliorate con l’assegnazione di moduli abitativi) lascia addosso qualcosa che va oltre l’indignazione. Lascia un senso di impotenza e, forse, anche di colpa. Perché quelle persone non vivono ai margini di un Paese lontano. Vivono qui. Lavorano qui. Raccolgono prodotti che entrano nella nostra economia e finiscono sulle nostre tavole. Eppure alcuni di loro continuano a vivere in condizioni che difficilmente potremmo considerare compatibili con la dignità che dovrebbe essere garantita a qualsiasi essere umano. Da anni televisioni, giornali, associazioni e volontari raccontano questa realtà. La tendopoli di Rosarno, gli edifici abbandonati, la mancanza di acqua e di servizi essenziali, il lavoro precario, lo sfruttamento sono diventati quasi immagini ricorrenti. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante: l’emergenza è diventata normalità. Quando una situazione palesemente indegna dura per anni, non siamo più davanti a un’emergenza. Siamo davanti all’incapacità delle istituzioni di modificarla e l’illegalità diventa normalità. Esistono leggi contro il caporalato, norme sul lavoro, contratti collettivi, controlli, prefetture, comuni, regioni, ispettorati, forze dell’ordine, eppure esistono ancora luoghi nei quali centinaia di persone lavorano e vivono in condizioni che sembrano appartenere a un altro tempo. La domanda allora diventa inevitabile: come è possibile? Non basta più indignarsi contro il singolo caporale o il singolo imprenditore che eventualmente sfrutta un lavoratore. Bisogna chiedersi come possa un sistema economico, amministrativo e istituzionale consentire per così tanto tempo l’esistenza di queste condizioni. Perché quando tutti conoscono un problema e quel problema continua ad esistere, l’omissione rischia di trasformarsi in una forma di accettazione. E quando lo sfruttamento entra stabilmente dentro una filiera economica, bisogna avere il coraggio di guardare tutta quella filiera: chi produce, chi intermedia, chi acquista, chi distribuisce e infine chi consuma. Quando compriamo un’arancia, un mandarino o qualsiasi altro prodotto agricolo guardiamo il prezzo, la provenienza, forse la qualità. Molto più raramente ci chiediamo quanto sia stato pagato chi lo ha raccolto e, soprattutto, in quali condizioni viva. È questa una delle grandi contraddizioni del nostro modello economico: pretendiamo prodotti sempre disponibili e possibilmente economici, ma raramente vogliamo conoscere il costo umano necessario per portarli sugli scaffali. La dignità del lavoro, invece, dovrebbe essere parte integrante della qualità di un prodotto. Un alimento non può essere considerato davvero “buono” se lungo la sua filiera qualcuno è stato costretto a vivere senza acqua, senza servizi essenziali, senza sicurezza e senza prospettive. La contraddizione diventa ancora più evidente osservando la comunicazione pubblica di questi mesi. Ogni giorno ascoltiamo racconti sulla “Calabria Straordinaria”. Il turismo che cresce. Gli aeroporti che fanno record, il vino da promuovere, gli eventi, le manifestazioni, le feste, insomma la narrazione positiva del territorio. Una rappresentazione nella quale sembra esserci sempre qualcuno pronto a raccontarci quanto siamo diventati attrattivi, competitivi e finalmente capaci di mostrare al mondo le nostre eccellenze. Poi basta percorrere qualche decina di chilometri. E appare un’altra Calabria. Quella che non entra nei comunicati stampa, quella degli invisibili. Persone che contribuiscono alla nostra economia ma sembrano scomparire quando bisogna distribuire diritti, servizi e opportunità. E allora viene spontanea una domanda: quando la politica parla del benessere dei calabresi, di quali persone sta parlando? Chi vive da anni in Calabria, lavora nei nostri campi e contribuisce alla produzione della nostra ricchezza non appartiene anch’egli alla comunità che le istituzioni hanno il dovere di governare? C’è poi un’altra ipocrisia che dovremmo avere il coraggio di affrontare. Una parte della politica costruisce da anni una quota importante del proprio consenso sulla paura dell’immigrazione. Ma contemporaneamente interi comparti dell’economia italiana utilizzano largamente il lavoro degli immigrati. Li contestiamo come presenza sociale mentre ne utilizziamo il lavoro. Vorremmo che non arrivassero, ma vogliamo che qualcuno raccolga i prodotti agricoli che acquistiamo a prezzi bassi. È una contraddizione enorme. Una politica seria dovrebbe smettere di utilizzare l’immigrazione come argomento identitario e iniziare a governarla come una questione economica, sociale e umana. Chi entra legalmente nel nostro sistema produttivo deve lavorare legalmente, deve essere pagato secondo le regole, deve poter abitare in condizioni dignitose, deve poter accedere ai servizi essenziali e deve avere la possibilità, attraverso il lavoro, di costruire progressivamente una vita migliore per sé e per i propri figli. Non è buonismo. È Stato di diritto.Una moderna cultura socialista e riformista dovrebbe ripartire proprio da qui. Non dalla difesa astratta dell’immigrazione e neppure dalla negazione dei problemi che essa può comportare, ma da un principio molto più semplice: il lavoro non può diventare uno strumento attraverso il quale la povertà di una persona viene utilizzata per privarla della propria dignità. Il socialismo riformista nasce storicamente proprio dall’idea che il mercato sia uno straordinario strumento di produzione della ricchezza, ma che la politica debba impedire che la forza economica di alcuni si trasformi nella possibilità di comprimere indefinitamente i diritti degli altri. Vale per il lavoratore italiano, per quello africano e per chiunque lavori. Anzi, tutelare il lavoratore immigrato significa anche tutelare quello italiano, perché impedire che esista una manodopera ricattabile e sottopagata significa impedire una competizione fondata sulla riduzione dei salari e dei diritti. Non servono altre passerelle, ma servono controlli veri sulle aziende e sulle filiere, trasporti regolari verso i luoghi di lavoro, abitazioni dignitose, percorsi di integrazione, formazione e conoscenza della lingua, serve colpire economicamente chi trae profitto dallo sfruttamento, premiare le imprese agricole che rispettano integralmente lavoratori e contratti, e soprattutto servono risultati misurabili. Quante persone sono state sottratte agli insediamenti degradati? Quante hanno ottenuto un contratto regolare? Quanti alloggi sono stati realizzati? Quante aziende sono state controllate? Quante irregolarità sono state riscontrate? Quanto denaro pubblico è stato speso e quali risultati ha prodotto? Sono questi i numeri che una politica seria dovrebbe comunicare. Non soltanto il numero dei partecipanti a una festa o ad una manifestazione sul vino. La cosa più devastante, guardando certe immagini, non è soltanto vedere la povertà. È vedere persone che sembrano avere progressivamente perduto la speranza che la propria condizione possa cambiare. Ed è qui che uno Stato fallisce davvero. Una democrazia non può promettere a tutti la ricchezza, ma deve garantire a tutti almeno una possibilità: quella di migliorare la propria esistenza attraverso il lavoro, il rispetto delle regole, l’istruzione e l’impegno. Quando un uomo lavora ogni giorno e continua a vivere senza acqua, senza una casa dignitosa e senza prospettive, quel patto si è spezzato. Possiamo continuare a parlare di turismo, vino, eventi, record aeroportuali e “Calabria Straordinaria”. Ma una terra non diventa straordinaria perché riesce a raccontarsi bene. Diventa straordinaria quando riesce a non lasciare indietro chi contribuisce ogni giorno, anche silenziosamente, alla sua economia. Forse è questo che dovremmo ricordare dopo aver visto quelle immagini. Quegli uomini non chiedono pietà ma ciò che dovrebbe essere normale in una Repubblica fondata sul lavoro: essere lavoratori prima che immigrati, persone prima che braccia, cittadini della nostra comunità umana prima che numeri di un’emergenza che dura ormai da troppi anni. Le immagini raccontano la sofferenza. I numeri spiegano quanto il lavoro degli immigrati sia ormai strutturale per la nostra agricoltura. Secondo i dati INPS elaborati dal CREA, nel 2024 in Italia risultavano 1.007.519 operai agricoli. Di questi, 400.024 erano stranieri: il 39,7% del totale. Ancora più significativo è il dato sulle giornate lavorate: delle oltre 118 milioni di giornate registrate nell’agricoltura italiana, più di 44 milioni sono state svolte da lavoratori stranieri. Non siamo dunque davanti a una presenza marginale. Quasi quattro operai agricoli su dieci sono stranieri. E in Calabria? Il dato diventa ancora più interessante se guardiamo direttamente alla nostra regione.
La Calabria degli invisibili: quelli che lavorano per noi, ma che preferiremmo non vedere
L'emergenza è diventata normalità. Siamo davanti all'incapacità delle istituzioni di modificarla e l'illegalità diventa normalità






