ROMA – C’è una linea che unisce la legge Rognoni-La Torre del 1982 e la legge “Liberi di scegliere”, approvata definitivamente dal Parlamento. È una linea che racconta l’evoluzione della strategia dello Stato nella lotta alle mafie: se oltre quarant’anni fa l’obiettivo era colpire il potere economico delle organizzazioni criminali attraverso la confisca dei patrimoni illeciti, oggi si sceglie di intervenire su un altro pilastro del sistema mafioso, forse il più difficile da scalfire: il vincolo familiare e la trasmissione generazionale della cultura mafiosa.
Il ruolo avuto dalla legge Rognoni.La Torre. La legge Rognoni-La Torre rappresentò una rivoluzione perché introdusse il reato di associazione mafiosa e rese possibile sequestrare e confiscare i beni accumulati dalle cosche. Per la prima volta lo Stato affermava che la mafia non poteva continuare ad arricchirsi impunemente. Privare i clan delle ricchezze significava indebolirne il consenso, il controllo del territorio e la capacità di corrompere.
Oggi il Parlamento compie un altro passo simbolicamente altrettanto significativo. Con “Liberi di scegliere” si riconosce che la forza delle mafie non risiede soltanto nel denaro, ma anche nella capacità di riprodurre se stesse attraverso la famiglia. È all’interno delle mura domestiche che, spesso fin dall’infanzia, vengono trasmessi codici, linguaggi, regole, appartenenza e fedeltà assoluta al clan. È lì che il destino di molti bambini sembra già scritto ancora prima di poter scegliere.















