Foto di Aedrian Salazar/Pexel
L’Italia ha una delle legislazioni antimafia più avanzate del mondo. Certo, è stata costretta ad averla: a un certo punto della nostra storia la mafia ha dichiarato direttamente guerra allo Stato. Lo ha fatto anche perché una parte delle istituzioni, certamente non tutta, aveva deciso di combattere davvero la criminalità organizzata. Una battaglia che è costata la vita a molte persone. Tra queste Pio La Torre, il parlamentare che ideò quella che oggi conosciamo come legge Rognoni-La Torre.La legge 646 del 1982 riprese infatti una proposta presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 da La Torre e introdusse per la prima volta nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso, il famoso articolo 416-bis. Ma non solo. La norma introdusse anche le misure di sequestro e confisca dei beni riconducibili agli appartenenti alle organizzazioni mafiose. Per la prima volta, quindi, lo Stato non colpiva solamente la libertà personale del mafioso, ma anche il suo patrimonio, cioè uno degli strumenti attraverso cui le organizzazioni criminali costruiscono, conservano e tramandano il proprio potere.
Sono passati 44 anni da quella legge e 30 dalla legge 109 del 1996, che ha disciplinato il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Nel frattempo il sistema normativo antimafia italiano si è arricchito di molti altri strumenti. L’ultimo è arrivato il 15 luglio scorso e prova a intervenire su un terreno diverso rispetto a quelli tradizionali: non la repressione penale o l’aggressione ai patrimoni, ma la trasmissione della cultura mafiosa da una generazione all’altra.Leggi anche: Osservatorio permanente per la raccolta dati sui beni confiscati: un'occasione da non perdereCombattere la mafia a trent'anni da CapaciIl 15 luglio scorso il Senato ha approvato definitivamente e all’unanimità il provvedimento denominato "Liberi di scegliere". Dopo il voto favorevole della Camera del primo luglio, il passaggio a Palazzo Madama ha concluso l’iter parlamentare.La norma introduce un sistema nazionale di protezione e assistenza per i minorenni e per gli adulti di riferimento che decidono di allontanarsi da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata. È una legge diversa rispetto a quelle che abbiamo citato in precedenza perché non introduce un nuovo reato, non aumenta nemmeno le pene. Però prova a intervenire su uno dei principali punti di forza delle mafie: la loro capacità di riprodursi. Nelle organizzazioni mafiose, infatti, il vincolo familiare non è soltanto una questione privata, è, spesso, un punto cardine dell’organizzazione. Il tema è scivoloso e generalizzare, anche in questo caso sarebbe sbagliato. Diciamo però che, in molte organizzazioni criminali di stampo mafioso è proprio la famiglia il luogo nel quale si imparano le regole del clan, si costruiscono alleanze, si educano i più giovani all’omertà e si prepara il ricambio generazionale.Per alcuni bambini e alcune bambine, quindi, nascere in una determinata famiglia può significare trovarsi fin dall’infanzia dentro una traiettoria già decisa dagli adulti. "Liberi di scegliere" parte proprio da qui, cioè dalla necessità di offrire un’alternativa concreta a chi cresce in questi contesti. Dev’essere chiara una cosa: non tutti i figli di mafiosi diventeranno tali e le colpe dei genitori non devono mai ricadere sulle spalle dei figli, ma questa legge offre finalmente una possibile scelta. Chi potrà accedere al programmaIl programma è rivolto innanzitutto ai figli minorenni di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o delitti commessi avvalendosi del metodo mafioso. Potranno accedere alle misure anche i minorenni già coinvolti nella commissione di questi reati che però per loro volontà manifestino la voglia di allontanarsi dall’ambiente criminale, così come anche i ragazzi vittime di violenze o intimidazioni da parte delle organizzazioni.Le tutele potranno proseguire fino ai 25 anni per i giovani entrati nel programma da minorenni e intenzionati però a continuare il proprio percorso. Potranno inoltre essere protetti i genitori o gli altri adulti che esercitano la responsabilità genitoriale, qualora decidano di allontanarsi insieme ai figli.Quest’ultimo è un passaggio importante, perché spesso sono proprio le madri a cercare una via d’uscita. Parliamo di donne cresciute all’interno delle famiglie mafiose, che magari non hanno commesso reati e non possiedono informazioni tali da poter diventare collaboratrici di giustizia, ma che vogliono evitare ai propri figli la stessa vita dei padri, dei fratelli o dei nonni. Come funziona il programma “Liberi di scegliere”Fino a oggi il funzionamento di "Liberi di scegliere" è dipeso soprattutto dai protocolli territoriali, dalla disponibilità dei singoli tribunali e dalle reti di accoglienza costruite nei diversi territori. L’approvazione della legge trasforma invece quel modello in un programma applicabile in tutta Italia.Il compito principale sarà affidato al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni. Le segnalazioni potranno arrivare dai servizi sociali, dalle scuole, dagli enti che si occupano dell’assistenza dei ragazzi o direttamente dalle persone interessate.Anche le procure ordinarie dovranno informare la giustizia minorile quando, nell’ambito di indagini riguardanti i genitori, emergano elementi tali da far ritenere che i figli si trovino in una situazione di pericolo.Prima di adottare le misure, il tribunale dovrà ascoltare il minorenne, tenendo conto della sua età e della sua capacità di comprendere la situazione, oltre ai genitori o al tutore. Dovrà inoltre raccogliere le informazioni necessarie per verificare le condizioni familiari e valutare la possibilità di costruire un percorso di allontanamento.Il programma potrà prevedere il trasferimento in una località protetta e l’attivazione di misure di assistenza psicologica, pedagogica, educativa, sociale ed economica. Saranno previsti percorsi per proseguire gli studi, frequentare corsi di formazione, entrare nel mondo del lavoro e integrarsi nella nuova comunità. Nei casi in cui esista un rischio particolarmente elevato potranno essere utilizzati “documenti di copertura”, cioè potrebbero essere fornite nuove generalità.È un aspetto tutt’altro che secondario. Senza un’identità protetta, infatti, anche iscriversi a scuola, ricevere cure sanitarie o svolgere normali pratiche amministrative può permettere alla famiglia d’origine di rintracciare chi si è allontanato.Sono poi previste anche misure di sostegno economico, la disponibilità di un alloggio, il rimborso delle spese necessarie al trasferimento, la copertura di alcune prestazioni sanitarie e l’assistenza legale.I numeri di chi potrebbe essere coinvolto nel progetto non sono per nulla banali. Secondo la relazione tecnica che accompagna il provvedimento, nel primo biennio le misure sono state calcolate su una platea stimata di 425 persone, tra cui 226 minorenni e su questa previsione sono stati quantificati i costi per gli alloggi, gli assegni, l’assistenza sanitaria e psicopedagogica e il patrocinio legale. Dal 2027 sono previsti stanziamenti superiori agli 11 milioni di euro ogni anno, destinati, tra le altre cose, all’alloggio, al sostegno psicologico e pedagogico, alle cure sanitarie e alle spese legali.L’intuizione del giudice Roberto Di Bella"Liberi di scegliere", però, non nasce oggi e non nasce con la legge approvata in Senato. L’esperienza inizia nel 2012 nel Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Il giudice Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale di Reggio Calabria, si era reso conto che davanti a lui comparivano ragazzi appartenenti alle stesse famiglie già incontrate in precedenza. Erano i figli, e in alcuni casi i nipoti, di persone coinvolte nelle organizzazioni mafiose. Cambiavano le generazioni, ma i cognomi e le storie tendevano a ripetersi.Come raccontato dalla giornalista Dina Lauricella nel suo Il codice del disonore, alcuni di quei ragazzi erano stati educati fin da piccoli a considerare il carcere, la violenza e la vendetta come elementi normali della vita. Altri venivano progressivamente coinvolti nelle attività criminali, utilizzati per portare messaggi, nascondere armi o sostanze stupefacenti, controllare il territorio o commettere reati.In questi contesti l’appartenenza alla famiglia biologica finiva spesso per coincidere con l’appartenenza all’organizzazione.La sola risposta penale, quindi, rischiava di arrivare troppo tardi. Dina Lauricella racconta la storia di un bambino di appena nove anni che era già stato istruito dal padre, allora detenuto, su come utilizzare le armi, distinguere le diverse sostanze stupefacenti, stabilirne il prezzo e organizzarne la vendita.Lo chiameremo Nicola, un nome di fantasia scelto per proteggerne l’identità.“La madre - dice Lauricella - assisteva a questa educazione criminale senza riuscire a opporsi. Approfittando della detenzione del marito, decise infine di chiedere aiuto ai magistrati, raccontando quello che accadeva all’interno della famiglia.Durante uno dei colloqui, il magistrato le rivolse una domanda tecnica sugli affari del marito. La donna non seppe rispondere. Fu allora Nicola a intervenire. Guardò il magistrato e disse: ‘Quando vuole parliamo noi due’”.“Il bambino cominciò quindi a descrivere le attività criminali del padre - prosegue la giornalista -, i traffici di droga, le relazioni con le altre persone dell’organizzazione e la capacità di gestire l’arrivo delle merci nel porto di Gioia Tauro. Non lo faceva con paura o imbarazzo, ma con orgoglio. Agli occhi di un bambino di nove anni, il potere criminale del padre era già diventato un modello da ammirare e, probabilmente, da ereditare”.Di fronte a realtà di questo tipo, il tribunale per i minorenni si è messo in discussione e da questa consapevolezza nacque l’idea di utilizzare gli strumenti del diritto minorile per allontanare temporaneamente i ragazzi maggiormente esposti, trasferendoli fuori dalla Calabria e inserendoli in comunità o famiglie disponibili ad accoglierli.L’obiettivo era permettere loro di conoscere una realtà diversa da quella nella quale erano cresciuti: frequentare regolarmente la scuola, incontrare coetanei estranei alle dinamiche mafiose, essere seguiti da educatori, assistenti sociali e psicologi, immaginare un lavoro e una vita al di fuori del clan.L’esperienza di chi accoglieTra le persone che hanno deciso di sostenere concretamente questi percorsi ci sono Mara (nome di fantasia) e suo marito. Lei è un’insegnante in pensione e la coppia ha accolto in affido due giovani inseriti nel progetto "Liberi di scegliere".Mara ha raccontato la loro esperienza iniziata già qualche anno fa, quando il progetto non era ancora diventato una legge nazionale. “Non è un’esperienza semplice - confessa Mara -. È molto pesante, anche perché accogliere questi ragazzi significa confrontarsi con storie familiari, traumi e condizionamenti profondi”.“Ma ne vale la pena - continua -. I segnali positivi si possono vedere e sono molti, anche quando i ragazzi incontrano testimoni di giustizia o persone che sono riuscite a rompere con le organizzazioni criminali e cominciano a comprendere che esiste un’altra possibilità”. “Bisogna dare l’opportunità a questi ragazzi - conclude la donna che preferiamo mantenere anonima -. Non esiste la certezza che ogni percorso abbia successo, ma questo non può diventare un motivo per rinunciare. Che poi vada a buon fine o non vada a buon fine, noi dobbiamo dare loro l’opportunità. Poi sono liberi di scegliere. Devono conoscere che c’è un altro mondo".È probabilmente questa la migliore spiegazione del nome attribuito prima al protocollo e oggi alla legge. Essere liberi di scegliere non significa essere obbligati a rifiutare la propria famiglia o le proprie origini. Significa poter conoscere, forse per la prima volta, un’alternativa alla vita che altri hanno già preparato.Un modo diverso di indebolire le mafie"Liberi di scegliere", insomma, allarga il campo delle politiche antimafia. Accanto alle indagini, agli arresti, ai sequestri e alle confische, introduce strumenti che provano a ridurre la capacità delle organizzazioni criminali di riprodursi nel tempo.Le mafie non sono infatti soltanto strutture militari ed economiche. Sono anche sistemi culturali, capaci di costruire consenso, obbedienza e appartenenza. La loro continuità dipende dalle ricchezze accumulate e dal controllo del territorio, ma anche dalla possibilità di trasmettere ai figli il potere, le relazioni e i ruoli dei genitori.La repressione, da sola, dunque, non sempre basta. Si può arrestare un boss, ma se i figli vengono educati a prenderne il posto il potere della famiglia può continuare anche dopo la condanna. Per questo servono sempre nuovi strumenti, culturali in primis e poi anche legislativi.La nuova legge quindi prova a inserirsi esattamente in questo passaggio. Offre protezione a chi rifiuta il destino che gli è stato assegnato e riconosce che per abbandonare davvero una famiglia mafiosa non è sufficiente andarsene.Naturalmente una legge non sarà sufficiente a cancellare legami familiari, paure e condizionamenti costruiti nel corso di una vita. Molto dipenderà dalle risorse effettivamente disponibili, dalla qualità dei percorsi di accoglienza e dalla capacità dei tribunali, dei servizi sociali e delle scuole di riconoscere le situazioni di pericolo.Ma dopo aver colpito l’organizzazione mafiosa, i suoi uomini e i suoi patrimoni, l’Italia prova ora a intervenire anche sulla sua eredità più profonda: l’idea che chi nasce in una famiglia mafiosa non possa avere un futuro diverso.









