Per quindici anni magistrati sacerdoti e associazioni hanno allontanato dalla mafia i ragazzi cresciuti all'ombra delle cosche. Ora lo Stato dà stabilità e fondi a quel coraggioso impegno spontaneo
Andarsene da una famiglia mafiosa non è come voltare pagina dopo una brutta storia. Significa recidere di netto il legame di sangue, sfidare regole non scritte che considerano il tradimento come una colpa da pagare con la vita. Fino a ieri, le donne e i ragazzi che decidevano di fuggire da questo destino blindato dovevano farlo da soli, spesso nell’ombra. Ora, una legge trasformerà “Liberi di scegliere”, un progetto sperimentale nato sul campo, in una solida realtà istituzionale, stendendo su di loro una rete di protezione solida e permanente, estesa a tutto il territorio nazionale.
“Liberi di scegliere”: un’idea nata sul campo
Prima di diventare una norma dello Stato, “Liberi di scegliere” è stata una storia di straordinaria umanità, un percorso di salvezza che si conosce ancora troppo poco. L’idea, nata sulle strade difficili della Calabria, affonda le sue radici nell’intuizione del magistrato Roberto Di Bella che, nel 2012, quando guidava il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, decise che non si poteva assistere passivamente al destino segnato di tanti adolescenti. E fu proprio in quel momento che prese vita il protocollo “Liberi di scegliere” con l’unico obiettivo di allontanare i minori dai contesti mafiosi e mostrare loro che esisteva un altro modo di vivere.













