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Il Golfo Persico torna a bruciare. Nella notte tra martedì e mercoledì il Comando centrale statunitense (Centcom) ha condotto una nuova, massiccia ondata di raid contro l'Iran, durata sette ore e conclusasi poco prima dell'alba italiana. Nel mirino, come già nelle notti precedenti, decine di obiettivi militari nell'area dello Stretto di Hormuz e lungo la fascia costiera iraniana: siti missilistici, basi per droni, mezzi navali e sistemi di difesa costiera. Un'operazione, spiegano fonti americane, pensata per erodere ulteriormente la capacità di Teheran di minacciare il traffico mercantile e gli equipaggi civili che attraversano lo stretto.

La rappresaglia iraniana non si è fatta attendere. Nelle stesse ore in Bahrein e Kuwait sono scattati gli allarmi per missili e droni in arrivo dal territorio iraniano, una sequenza ormai divenuta quotidiana e che continua a logorare un cessate il fuoco già fragilissimo. Anche la Giordania è stata colpita: le difese aeree del Regno hashemita hanno intercettato tre missili prima che raggiungessero il suolo giordano. A rivendicare gli attacchi contro i tre Paesi è stato direttamente l'Iran.

A guidare la risposta militare americana è l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, che ha attribuito a Teheran la piena responsabilità dell'escalation. Secondo Cooper, le forze iraniane avrebbero lanciato decine di missili e droni contro gli alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo, in quella che ha definito un'aggressione ingiustificata e pericolosa per vite innocenti. Il dispositivo militare statunitense schierato nell'area resta imponente: almeno diciannove navi da guerra nel Mar Arabico, tra cui due portaerei e una nave d'assalto anfibio con oltre mille Marines a bordo, oltre a centinaia di velivoli operativi in tutto il Medio Oriente, secondo quanto reso noto dallo stesso Centcom sui social.