Il Golfo Persico è di nuovo in fiamme, travolto da una drammatica escalation militare che allontana ulteriormente le prospettive di una soluzione diplomatica. La distanza tra la retorica politica e la realtà sul terreno si è azzerata: le parole pronunciate alla Casa Bianca da Donald Trump, che rivendicava di colpire l’Iran “con grande intensità”, hanno trovato un’immediata e violenta conferma.
Per la terza notte consecutiva, le forze statunitensi hanno sferrato una massiccia ondata di bombardamenti contro obiettivi strategici iraniani, inaugurando una fase del conflitto più ampia e destabilizzante. Washington ha impiegato “enormi quantità” di munizioni in una campagna aerea che non punta più al contenimento, ma alla distruzione sistematica delle infrastrutture militari avversarie.
Le deflagrazioni hanno investito alcuni dei nodi più sensibili della Repubblica islamica: la zona di Bandar Abbas, le isole strategiche di Qeshm e Abu Musa, fino alla provincia del Khuzestan e ad alcune aree della provincia di Bushehr. L’obiettivo dichiarato dalla presidenza americana è netto: annientare missili, lanciatori, marina, droni e l’intera base industriale della difesa iraniana per impedire a Teheran di proiettare potenza nel Golfo.














