Avere ventisei anni e la prospettiva della dialisi prima di compierne trentasei. Era il 2011 quando Claudia Robustelli sentiva per la prima volta pronunciare il nome della sua malattia ultra rara: C3G, nome “in codice” per glomerulopatia da C3, in cui il sistema immunitario si attiva in modo anomalo e causa l’accumulo di una proteina (C3, appunto) nei glomeruli dei reni, portando a un danno progressivo e fino a poco tempo fa inarrestabile.

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Anche il trapianto non è risolutivo, perché la patologia di fondo resta. Oggi Claudia di anni ne ha 41 e quella profezia data dalla statistica per lei non si è avverata. Merito di medici acuti, attenti e scrupolosi che hanno sospettato un problema e prescritto le analisi giuste in tempi rapidissimi. Ma anche grazie al suo rigore e della ostinazione a non rassegnarsi, facendo tutto il possibile per preservare i reni, rinunciando all’idea di una gravidanza e a una carriera a Milano. E merito - ci tiene a dirlo - del sistema sanitario.

La diagnosi

La storia comincia a maggio del 2010. Claudia soffre di emicrania cronica e, essendo sottopeso, il neurologo da cui è in cura le prescrive gli esami del sangue per controllare la funzione renale al fine di dosare al meglio i farmaci. È in quel momento che emerge l'anomalia: una quantità eccessiva di proteine nelle urine. L’ecografia, poco dopo, rivela che i reni sono in sofferenza. Poi l’arrivo della diagnosi di G3C grazie alla biopsia, inviata a Bologna per essere analizzata.