All’indomani del voto europeo per azzerare la privacy nel nome dei minori, Lega e Fratelli d’Italia hanno sbandierato il loro no al regolamento provvisorio Csar (ribattezzato dalle cronache e dai critici chat control), pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 9 luglio. Peccato che il governo Meloni, al Consiglio Ue, abbia ufficialmente espresso parere favorevole, come tutti i 27 Stati Ue: nessun contrario. Eppure la misura è contestatissima dagli attivisti per il diritto alla riservatezza e desta perplessità tra giuristi ed esperti. In sostanza il regolamento temporaneo concede alle piattaforme tecnologiche la possibilità di spiare i messaggi online di tutti i cittadini europei, violando la privacy per contrastare la piaga degli abusi sui minori nella sfera digitale. E la destra italiana ha scelto una via ambigua: contraria in Parlamento ma a favore nel Consiglio Ue, pur esprimendo dubbi. Lega e Fratelli d’Italia hanno strombazzato il no a chat control, ma tacciono sul sostegno formale espresso da palazzo Chigi.
Salvini: “Chat control? No grazie”. Ma l’Italia ha detto sì
“Chat Control? No, grazie. Difendiamo la privacy e la libertà dei cittadini, combattendo i criminali con strumenti efficaci, non con la sorveglianza di massa”, ha scritto Matteo Salvini sui suoi profili social rimbalzando nei lanci di agenzia, subito dopo il voto incriminato. Toni da barricata, molto diversi dalla conciliante dichiarazione ufficiale del governo italiano messa a verbale il 2 luglio: “In seguito all’invito della Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, a raggiungere un accordo in seconda lettura sul cosiddetto regolamento provvisorio, l’Italia intende rispondere con spirito costruttivo, pragmatico e cooperativo. Pertanto, al fine di garantire la necessaria continuità dell’azione di contrasto e in risposta all’appello della Presidente del Parlamento europeo, l’Italia esprime il proprio voto a favore” del regolamento, “per una durata che auspicabilmente consenta l’adozione e l’entrata in vigore di un regime permanente”. L’Italia dunque coltiva la speranza che la vituperata eccezione (la violazione della privacy) diventi norma.















