Agli scarni sei punti della recente “Dichiarazione di Ankara” dei governi della Nato – che si apre con il dichiarare la Russia “minaccia a lungo termine” e il conseguente massiccio spostamento di risorse pubbliche per “ampliare la capacità produttiva collettiva” di armamenti e “collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”, cominciando con il dare altri 70 miliardi in armi al governo ucraino nel solo 2026 – manca il fondamentale settimo punto, che spiega la ragione dei precedenti: “Non importa che la guerra si combatta per davvero e, poiché una vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra vada bene o male: serve solo che uno stato di belligeranza persista nel tempo”.

Questo punto lo si trova, invece, in 1984, il visionario romanzo di George Orwell, che ha fissato le formule che usano tutti i bellicismi di ogni tempo e luogo: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

Non a caso il vertice Nato si è aperto con il Summit Defence Industry, il summit dell’industria bellica a traino, o a guida, dei governi dell’Alleanza atlantica, ossia del gigantesco complesso militare industriale occidentale che già rappresenta il 55% della spesa militare globale del 2025, pari a 1.581 miliardi di dollari – a fronte dei 190 miliardi complessivi della Russia (dati Sipri) – ma esige ancora da tutti paesi membri il raggiungimento del 5% del rispettivo prodotto interno lordo. Che per l’Italia significherebbe spostare in armamenti altri 500 miliardi di euro, sottratti agli investimenti civile e sociali, entro il 2035.