L’attesissimo summit Nato di Ankara è ormai archiviato da giorni. Nella scorsa newsletter ci chiedevamo se il riarmo europeo avrebbe rafforzato l’industria della difesa del continente oppure avrebbe finito per alimentare, ancora una volta, quella americana. La risposta è arrivata da un’immagine apparentemente slegata dalla politica, divenuta simbolo dei Mondiali di calcio vinti dalle furie rosse della Spagna, Europa che più non si può. Il presidente della nazione ospitante, Donald Trump, consegna il trofeo al capitano iberico Rodri. Indugia, vuole sollevarlo lui stesso. Si leva di mezzo solo quando viene richiamato dal presidente della Fifa Gianni Infantino, ma rimane al fianco degli spagnoli in festa, sorridente e voglioso di ritagliarsi la sua fetta di visibilità. Una metafora per l’autonomia europea, che si divide nuovamente tra i desideri di gloria e la presenza ingombrante di un alleato narciso. Una relazione tossica che proprio non vuole arrivare alla fine.

Oltre all’immagine evocativa c’è una formula, nel comunicato finale dei leader della Nato dopo il summit a “casa” di Recep Tayyip Erdoğan, che può aiutarci a comprendere quali ne siano stati gli esiti. Gli Alleati si impegnano a costruire «un’Europa più forte dentro una Nato più forte». A quanto è possibile evincere filologicamente da questa frase, il rafforzamento europeo è inteso come subordinato a quello della Nato a guida degli Stati Uniti. Che quindi continueranno a dettare gli ordini. Guardiamo i numeri. Ad Ankara sono stati annunciati oltre cinquanta miliardi di dollari in nuovi acquisti militari. Ammonta a centotrentanove miliardi di dollari l’aumento degli investimenti europei e canadesi nel 2025. Settanta i miliardi di euro promessi all’Ucraina per il 2026, con l’impegno a mantenere la cifra immutata nel 2027. Una cifra enorme.