Ad Ankara si è svolto il summit Nato che potrebbe ridefinire il futuro della sicurezza euro-atlantica. Dall’ultima volta, a L’Aia nel 2025, è cambiata giusto qualche cosa. Gli Stati Uniti hanno aperto la crisi sulla Groenlandia, con Israele hanno attaccato l’Iran, Donald Trump non aveva litigato con buona parte dei suoi alleati. I rapporti di forza cambiano, ma i vecchi ritornelli restano e non accennano a scemare.

Ormai è diventato un leitmotiv: Trump ci chiede di spendere di più in armi, e meno in burro. Come osserva Alessandro Marrone, head del team di ricerca in ambito di difesa, spazio e sicurezza dell’Istituto Affari Internazionali, la Nato arriva ad Ankara in ordine sparso. I leader europei e canadesi rivendicheranno l’aumento della spesa al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, ma il vero terreno di confronto sarà la capacità di trasformare le risorse finanziarie in produzione industriale e sistemi militari effettivamente disponibili. Perché non tutti i Paesi europei hanno gli stessi strumenti – né la stessa volontà – per trasformare queste promesse in capacità reali. Per Washington, un’Europa che investe di più nella difesa è una buona notizia. Ma un’Europa che usa quella spesa per costruire una industria autonoma della difesa lo è molto meno.