Bruxelles. “Un’Europa più forte, una Nato più forte”. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ieri ha usato questo slogan per descrivere il summit della Nato che si apre oggi ad Ankara. La posta in gioco non è diversa dal vertice dello scorso anno all’Aia: convincere Donald Trump a restare a bordo, a continuare a garantire la sicurezza del Vecchio continente, a evitare un ritiro caotico dall’Europa di truppe e capacità americane, a non mettere in dubbio la deterrenza della Nato. Sorridente e ottimista come al suo solito, Rutte ha vantato i successi ottenuti dal presidente americano. “Vediamo progressi trasformativi”, ha detto il segretario generale in conferenza stampa. Trump “è il primo presidente da Eisenhower che è stato in grado di arrivare alla situazione in cui europei e americani sono equiparabili agli Stati Uniti” in spesa militare. Ad Ankara gli stati membri dovrebbero presentare “piani concreti” per raggiungere l’obiettivo del 5 per cento di spesa per la difesa entro il 2035. Ma quanto fatto finora è già “impressionante”. Gli europei e il Canada stanno già investendo il 4 per cento nella loro sicurezza (intesa in senso ampio). Lo scorso anno i membri della Nato “hanno speso il 20 per cento in più in difesa pura”. Se si guarda al biennio 2025-26, i miliardi di investimenti extra saliranno oltre quota 250 miliardi, ha detto Rutte. È “una prova del vero cambio di mentalità: un’Europa più forte in una Nato più forte”.Basteranno le lusinghe di Rutte e di altri leader europei a stabilizzare la relazione con Trump? L’interrogativo è come una spada di Damocle sulla Nato e sulla credibilità della sua deterrenza. Gli europei hanno abbandonato l’idea che gli Stati Uniti rimangano impegnati come prima nella difesa dell’Europa. Hanno iniziato a rafforzare il cosiddetto “pilastro europeo” della Nato. Ai loro occhi, il summit di Ankara deve consentire di procedere alla transizione ordinata e graduale verso la “Nato 3.0”, nella quale gli europei si assumono maggiori responsabilità in termini di uomini e capacità per riempire il vuoto che lasceranno gli Stati Uniti. Gli annunci improvvisi del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, e dello stesso Trump sul ritiro improvviso di soldati e sistemi di difesa dal territorio europeo, così come la revisione della postura americana in Europa entro sei mesi, non sono di buon auspicio. Rutte ha minimizzato i rischi. Sulle capacità convenzionali la transizione “sta già accadendo”, con gli europei che assumono il comando delle operazioni di combattimenti e gli americani che coordinano trasporti e logistica. “C’è già una chiara divisione del lavoro”, ha assicurato il segretario generale. Inoltre, gli Stati Uniti sono chiamati a mantenere l’ombrello della protezione nucleare. Quanto ai cambiamenti annunciati dagli americani sul loro contributo al “Modello di forza Nato” – le promesse di invio di soldati e armi in caso di crisi – gli Stati Uniti hanno comunicato cosa possono fornire alla Nato “in caso di conflitto in due teatri”. Secondo Rutte, “non si tratta di una riduzione massiccia”. Sulla revisione della postura “nessuna preoccupazione” perché sarà organizzata “in stretto coordinamento e consultazione” con la Nato, ha assicurato Rutte.Al vertice del G7 di Évian di metà giugno, il trattamento riservato da Emmanuel Macron a Trump aveva funzionato.Il presidente americano ha sottoscritto una dichiarazione in cui promette di sostenere l’Ucraina (con forniture militari e la concessione di licenze di produzione per intercettori e missili) e di aumentare la pressione sulla Russia (con sanzioni sul petrolio). Ad Ankara Rutte userà tutti gli argomenti a sua disposizione per cercare di fare il bis. Primo fra tutti, i contratti per l’industria della difesa americana. E’ necessario “mettere il contante al lavoro”, ha detto Rutte, annunciando “decine di miliardi” di commesse per “fornire il kit cruciale di cui abbiamo bisogno per la deterrenza e la difesa”. Il segretario generale della Nato prenderà le parti degli Stati Uniti in quello che potrebbe diventare un elemento di forte tensione tra gli alleati: le clausole “made in Europe” per l’industria della difesa. “Dobbiamo avere un’Alleanza con meno barriere possibili, dall’Arkansas ad Ankara”, ha detto Rutte. Ma il segretario generale ha anche ricordato che l’industria della difesa americana ha delle difficoltà a seguire il ritmo delle commesse. “Anche gli Stati Uniti hanno un problema con l’output industriale. Non è solo l’Europa”, ha spiegato Rutte.Se il segretario generale avrà successo nella sua ennesima operazione di lusinga, come all’Aia, il summit di Ankara sarà servito a guadagnare altro tempo. Ma, al di là delle sue rassicurazioni pubbliche, i leader europei hanno preso atto che occorre agire di fronte all’imprevedibilità di Trump. La Germania, i Paesi Bassi, la Polonia, i nordici e i baltici stanno portando la loro spesa per la difesa a livelli mai visti. Si stanno moltiplicando anche le commesse per le forniture di armamenti chiave fuori dagli Stati Uniti. L’ultimo esempio è arrivato ieri, quando il Canada ha annunciato di aver assegnato alla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems il contratto per la fornitura di nuovi sottomarini. Il “de-risking” (la riduzione del rischio, ndr) dagli Stati Uniti viene perseguito anche nei settori civili strategici, come i cloud o i sistemi di pagamento. Ma i problemi strutturali rimangono: i grandi progetti industriali europei saltano (come il caccia di sesta generazione franco-tedesco), gli acquisti congiunti per fare scala non decollano (nel 2025 erano solo il 24 per cento, secondo l’Agenzia europea per la difesa), i finanziamenti mancano in alcuni paesi (Francia e Italia hanno un debito troppo alto per permettersi un piano di riarmo adeguato senza compromettere la sostenibilità fiscale).Ad Ankara c’è anche il rischio di una riapertura della frattura transatlantica sull’Ucraina. Ieri Trump ha assicurato che Vladimir Putin “sente la pressione e vuole mettere fine” alla guerra. Poco prima Rutte aveva adottato un tono molto diverso. “Non posso predire cosa serva per portare Putin al tavolo”, ha spiegato il segretario generale. L’economia è in difficoltà, l’Ucraina colpisce infrastrutture vitali, la Russia sacrifica 35 mila uomini al mese sul campo di battaglia: “Non so cosa dobbiamo fare di più per portare Putin al tavolo”. Di fronte alla carenza di intercettori per i sistemi Patriot, Rutte ha dichiarato che sul piano politico “gli Stati Uniti stanno facendo tutto il possibile per rispettare l’impegno preso con il programma Purl” attraverso il quale gli europei comprano le armi americane per l’Ucraina. Tuttavia “da un punto di vista pratico, esiste un limite al numero di intercettori presenti sul territorio Nato. E’ per questo che dobbiamo assicurarci di produrne di più”, ha ammesso Rutte. Ci vorrà tempo per produrre missili Patriot. Se gli alleati europei non accetteranno di correre il rischio di trasferire quelli che hanno nei loro stock, l’Ucraina rimarrà scoperta a lungo.
Al vertice di Ankara, gli europei vogliono limitare i danni trumpiani alla Nato
Il segretario generale Mark Rutte punta su riarmo europeo, commesse all'industria americana e nuove rassicurazioni per convincere il presidente americano a non ridurre il suo impegno nel continente. Ma gli alleati si preparano già al dopo-Trump













