Il vertice Nato di Ankara definirà la traiettoria della politica estera dell’amministrazione di Donald Trump da qui alle elezioni di midterm negli Stati Uniti. I Paesi europei hanno concepito la conferenza in Turchia come l’occasione per dare un senso di compattezza, per sottolineare al mondo che l’Alleanza atlantica c’è ancora. Ma temono – e lo teme in primis Giorgia Meloni, nuovamente derisa dal leader americano in un post sul social Truth – che Donald Trump usi il palcoscenico di Ankara per l’ennesima esibizione in solitaria. Forse la più significativa sinora, quella che può ridefinire concretamente i rapporti all’interno dell’Alleanza.

“Tutti i segnali lasciano prevedere un vertice turbolento. Credo che dovremmo aspettarci un one man show” commenta con Huffpost Gianluca Pastori, professore associato di Storia delle relazioni politiche tra Nord America ed Europa alla Cattolica di Milano e analista dell’Ispi. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ammette che il clima alla vigilia del vertice “non è proprio dei migliori, quindi stiamo cercando di farlo migliorare prima di arrivare ad Ankara”.

L’attenzione del governo italiano e degli alleati si concentra sulle implicazioni geopolitiche del lungo colloquio telefonico – un’ora e 15 minuti – del 4 luglio tra Trump e Vladimir Putin, in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti d’America. Un colloquio che è stato un bonus inaspettato per la propaganda del Cremlino, pronto a sottolineare che Trump ha di nuovo offerto i suoi buoni uffici per aiutare a porre fine alla guerra in Ucraina.