Bisognerebbe evitare l’ordalia. Anche se l’autoproclamato padreterno in questione si è fatto precedere da tuoni e saette per rivendersi l’evento come un giudizio divino. Sono assai preoccupanti, infatti, le premesse con cui Donald Trump approccia il vertice della Nato che tra pochi giorni si terrà ad Ankara. Per molti analisti tira aria di divorzio tra americani ed europei o, almeno, di separazione in casa, con gli Stati Uniti che, letteralmente, portano via armi e bagagli dal Vecchio Continente mutilando di fatto la capacità di deterrenza dell’Alleanza atlantica ai confini orientali dove preme Putin, e con tanto di revisione semestrale al ribasso annunciata dal ministro Pete Hegseth.
Ammettiamolo, il corso della storia ha in qualche misura svuotato di senso originario la Nato, la cui funzione, secondo il suo primo segretario generale, lord Ismay, era «tenere gli americani dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto»: ma allora, quasi ottant’anni fa, stavamo precipitando nella Guerra fredda e gli orrori del nazismo erano appena scolpiti nella nostra memoria. Oggi, l’ultimo successore di Ismay, l’olandese Mark Rutte, inciampa in goffi incidenti diplomatici e mezze bugie sulle missioni aeree per cercare di salvare il salvabile chiamando «paparino» il riluttante presidente Usa. Convinto com’è che la carta dell’adulazione (in effetti non del tutto inutile di fronte a un narcisista patologico) serva a tenerlo legato. Più seriamente Bill Emmott si domanda sulla sua newsletter Substack quale sia lo scopo della Nato alla vigilia dell’appuntamento turco del 7 e 8 luglio: se quello di «compiacere uno dei suoi membri», Trump, o affrontare la minaccia militare rappresentata dalla Russia, «il Paese contro cui la Nato fu fondata nel 1949 per proteggerci».













