Non è solo il vertice degli impegni sulla spesa militare. Da Ankara emergerà una Nato chiamata a ripensare la propria struttura, i rapporti tra alleati e il ruolo degli Stati Uniti. Tra il rafforzamento della posizione di Trump, il nuovo peso della Turchia e le sfide della deterrenza europea, il summit di questa settimana segnerà un passaggio importante per gli anni a venire. La riflessione di Andrea Gilli, lecturer in Studi strategici all’università di St Andrews e Non-resident fellow del Nato Defense College

Il vertice della Nato che si tiene questa settimana ad Ankara è importante per cinque ragioni. In primo luogo, per il secondo anno consecutivo, il vertice certifica una vittoria politica del presidente americano Donald Trump, almeno all’interno del perimetro Nato. Donald Trump porta a casa aumenti di spesa militare, da parte degli alleati europei, senza precedenti, confermando come, con questi, funzionino alla fine di più le sue minacce alle gentili aperture diplomatiche dei suoi predecessori. Lo stile di Trump è scomposto, divisivo, e prepotente – per non parlare delle discutibili politiche adottate in casa – ma quando si tratta di sicurezza transatlantica, alla fine, funziona. Quando Trump minaccia prima di abbandonare l’Europa e, addirittura, di invadere la Groenlandia, gli europei riescono ad aumentare la loro spesa militare – segno che gli ostacoli invalicabili che glielo impedivano fino a pochi mesi prima tanto invalicabili non erano.