Il vertice di Ankara, in Turchia, è l’occasione per la Nato di costruirsi un'autonomia tecnologica e rafforzare la parte europea dell’Alleanza.
Contratti per oltre 50 miliardi di dollari, più 40 miliardi per i prossimi cinque anni solo per i droni. Il vertice di Ankara, in Turchia, è l’occasione per la Nato di costruirsi un'autonomia tecnologica e rafforzare la parte europea dell’Alleanza. Molti degli accordi siglati nei giorni del vertice riguardano aziende europee, come l’italiana Leonardo, ma alcune commesse per Paesi del nostro continente coinvolgono in realtà player americani. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Coticchia, professore di Scienze politiche dell’Università di Genova.
Le decisioni prese al summit Nato erano attese?
Sì, in gran parte. Se il summit dell’Aia verteva essenzialmente su quanto si spende, questo vertice si concentra su come la Nato intende spendere. Di conseguenza, l'industria e la capacità produttiva sono al centro della riflessione. Stiamo assistendo a un cambiamento significativo: per anni abbiamo parlato di burden sharing, una divisione delle responsabilità; ora il concetto è quello di burden shifting, un trasferimento di carico. Si delinea una Nato 3.0, in cui gli alleati europei sono chiamati a guidare la difesa convenzionale. Per raggiungere questo obiettivo, la Nato ha fissato dei target di capacità, e lo scopo è proprio sviluppare l'industria della difesa dei paesi membri per soddisfarli.










