Il vertice Nato in Turchia è stato un mercato delle armi. Per compiacere Donald Trump i paesi occidentali fanno a gara a chi ne compra più. Decine di miliardi da spendere per aerei, missili, droni, bombe. Nuovo carburante per il riarmo, che sul pianeta lo scorso anno ha toccato la cifra record di 2887 miliardi di dollari. Greenpeace spiega che passare dal green deal al war deal danneggia non solo la specie umana e il pianeta, ma anche l’economia. E il riarmo non ci rende più sicuri, anzi più aumentano le armi più aumentano i rischi di guerra, trascinando il mondo in una spirale bellica fuori controllo. Facciamo il punto con Sofia Basso, Research Campaigner Pace e Disarmo di Greenpeace Italia.
Dieci anni fa i paesi Nato che avevano raggiunto il 2% del Pil in spese di riarmo erano solo tre, l’anno scorso erano 22 su 32 membri. Una escalation di tutto rispetto, e la Nato adesso vuole che si arrivi al 5% del Pil. La strada è tracciata?
«L’Italia dovrebbe fare come la Spagna di Sánchez e respingere nettamente il target del 5% imposto da Trump agli alleati. La spesa militare dei Paesi europei della Nato è già più che raddoppiata negli ultimi 10 anni, passando dai 250 miliardi del 2015 ai 559 miliardi del 2025 (dati Sipri). È ormai evidente che più armi non significano maggiore sicurezza, ma destabilizzano ulteriormente l’ordine internazionale, trascinando il mondo in una spirale bellica fuori controllo. La Nato spende già 10 volte la Russia, mentre i soli Paesi europei della Nato spendono il triplo di Putin. Il problema della difesa europea non è quanto spende, ma la frammentazione delle politiche di difesa, la duplicazione dei sistemi d’arma, gli sprechi e la scarsa cooperazione tra Stati».














