Il titolo di copertina “Armiamoci e partite” ci offre lo spunto per una riflessione sul risultato del recente vertice Nato di Ankara, durante il quale è stato confermato l’impegno dei Paesi europei partecipanti a una maggiore spesa per gli armamenti, come esplicitamente richiesto dal presidente americano Donald Trump, confermando che gli Stati Uniti non intendono più sostenere quasi da soli il peso economico dell’Alleanza.Lo slogan del summit – Un’Europa più forte in una Nato più forte – fotografa bene questa trasformazione. Dopo tre anni di guerra in Ucraina, con una Russia definita ormai una minaccia strutturale e con un mondo sempre più instabile, il concetto di deterrenza torna a essere protagonista in politica. La pace, ci viene detto da Washington, ha un prezzo. E quel prezzo si misura in bilanci, industrie militari, tecnologie, munizioni, capacità operative. L’Italia ha aderito a questa strategia e Giorgia Meloni ha confermato una crescita graduale delle spese per la difesa, mentre il ministro Guido Crosetto ha già annunciato una roadmap con una traiettoria che porta la spesa per difesa e sicurezza verso il 5% del Pil entro il 2035, e investimenti di 19 miliardi tra 2027 e 2028. Il percorso viene definito sostenibile. Ma la domanda che ci poniamo è: sostenibile per chi?Destinare decine di miliardi aggiuntivi alla sicurezza significa inevitabilmente rinviare o comprimere altre priorità. Sanità, scuola, università, ricerca, welfare, transizione energetica: ogni euro speso avrebbe un’alternativa. Ma a questo punto il dibattito diventa politico, prima ancora che contabile.Le opposizioni contestano la scelta, richiamando l’articolo 11 della Costituzione e denunciando il rischio di alimentare una nuova corsa agli armamenti. Il governo replica che senza sicurezza non esistono né libertà né sviluppo economico. Due visioni diverse del futuro del Paese, entrambe destinate a misurarsi nelle prossime leggi di Bilancio e, probabilmente, nella lunga campagna elettorale che già si intravede in vista delle elezioni politiche del 2027.Per questo la questione che il governo deve affrontare non è soltanto quanto spendere, ma che cosa sacrificare. E deve avere il coraggio di dirlo con chiarezza agli italiani. Senza slogan, senza scorciatoie propagandistiche, senza trasformare ogni obiezione in un’accusa di disfattismo. Sappiamo che non esistono risposte semplici e sarebbe ingenuo ignorare le minacce che circondano l’Europa, così come sarebbe anche irresponsabile considerare illimitate le risorse pubbliche. Inoltre all’interrogativo se spendere di più per la difesa, si aggiunge anche quello di come farlo, con quali controlli, con quale strategia industriale europea e con quale equilibrio rispetto agli investimenti civili.L’Europa ha deciso di diventare più forte. È una scelta comprensibile in un tempo attraversato da guerre e tensioni globali. Ma in questo contesto quale idea di Paese stiamo perseguendo? Un Paese più armato sarà davvero anche un Paese più sicuro? Oppure rischiamo di scoprire, tra qualche anno, che abbiamo difeso i confini sacrificando ciò che rende una società degna di essere difesa? Ricordiamoci che la sicurezza non si costruisce soltanto con i missili. Si costruisce anche con ospedali efficienti, scuole moderne, ricerca scientifica, infrastrutture, coesione sociale, tenendo ben presente che il Paese più forte è quello che sa difendere i propri confini senza smarrire le ragioni della propria democrazia.