Puntuale come a ogni crisi, scocca l’«ora dell’Europa». Nello stesso giorno Corriere della Sera e Repubblica impegnano i rispettivi editoriali per una chiamata alle armi - non del tutto figurata - all’insegna della riscossa del Vecchio continente. Secondo Ernesto Galli della Loggia, infatti, il pacifismo che impedisce alla nostra opinione pubblica di essere convintamente a favore del sostegno militare all’Ucraina deriva da «un sentimento di disprezzo di sé», una «perdita di fiducia in noi stessi»: «non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare», preda di una «sindrome dell’inerte» che ci condanna alla sopravvivenza.

Zero passi avanti, uno indietro e una supercazzola. È la sintesi dell’ultimo episodio della serie intitolata Il giornalista e il ministro: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e principe dell’informazione d’inchiesta e il Guardasigilli Carlo Nordio.

A dispetto di quanto è stato raccontato nelle ultime settimane, la vicenda legata a Nicole Minetti, tra la grazia ricevuta dal Quirinale e il bambino adottato in Uruguay, comincia poco alla volta a rientrare dentro un perimetro più preciso. Restano ancora alcune verifiche da fare.

Più che un’esposizione internazionale d’arte, la Biennale di Venezia sta diventando il festival mondiale dell’ipocrisia. Non si parla di quadri, di opere, di allestimenti scenografici. Ma soltanto dell’apertura o meno del padiglione russo, considerata da alcuni come una sorta di legittimazione della campagna criminale di Vladimir Putin contro l’Ucraina.