La Cina concentra già oltre il 70% della capacità mondiale di fermentazione di base e tratta il biomanufacturing come una tecnologia strategica. Per l’Europa la sfida riguarda la costruzione di un ecosistema capace di collegare ricerca, energia, materie prime e manifattura
Oltre il 70% della capacità mondiale di fermentazione di base è già concentrato in Cina. Pechino investirebbe inoltre tra i 2 e i 3 miliardi di euro l’anno nella ricerca biotecnologica, mentre l’Europa può ancora contare su un settore delle biosolutions da circa 60 miliardi, in crescita del 5% annuo. Sono le dimensioni della nuova competizione industriale ricostruita dall’European Council on Foreign Relations nel rapporto The future is fermented.
La prossima competizione industriale potrebbe dunque giocarsi dentro grandi serbatoi di fermentazione. Il terreno della sfida è quello del biomanufacturing, che prevede l’utilizzo di cellule, enzimi e microrganismi per produrre alimenti, carburanti, fertilizzanti, sostanze chimiche e materiali oggi ancora legati, in larga parte, alle risorse fossili. Una tecnologia non nuova, ma che gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e la maggiore disponibilità di energia rinnovabile stanno rendendo più veloce, prevedibile e potenzialmente conveniente.









