Emanuele Orsini ha ragione su un punto fondamentale: il rischio di una progressiva desertificazione industriale esiste davvero. L’Europa si trova stretta tra Usa e Cina, con costi energetici più elevati, mercati dei capitali meno sviluppati, politica industriale meno coordinata e capacità di trasformare le ambizioni strategiche in investimenti concreti insufficiente. Da questo punto di vista, molte delle richieste avanzate da Confindustria sono condivisibili. Servono un vero mercato unico dei capitali, investimenti comuni nei settori strategici, energia a costi compatibili con la produzione industriale, meno burocrazia e più investimenti in capitale umano. L’Europa deve decidere se vuole continuare a essere un’area di produzione avanzata oppure limitarsi a consumare tecnologie sviluppate altrove. Anche il dibattito su dazi e difesa commerciale non può essere liquidato come un residuo del passato. Usa e Cina utilizzano strumenti di politica industriale, sussidi e protezione delle filiere strategiche. Ancora più importante è la partita che riguarda settori di importanza strategica come semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, aerospazio e sistemi di pagamento. In questi ambiti l’Europa non può pensare di competere soltanto attraverso la regolazione.Le imprese italiane hanno molte ragioni per lamentarsi. Fare impresa resta più difficile che in molte altre economie avanzate. Nell’ultimo indicatore Doing Business della Banca mondiale l’Italia occupava il 58° posto per facilità di fare impresa e il 122° per esecuzione dei contratti. Giustizia lenta, incertezza regolatoria, procedure complesse e costi amministrativi elevati riducono investimenti, crescita dimensionale e propensione al rischio. Da questo punto di vista, le critiche di Orsini colgono un problema reale.Detto questo, il discorso non può fermarsi qui. Le imprese non sono soltanto vittime dell’ambiente in cui operano: nel caso italiano sono anche parte del problema. La crescita non nasce esclusivamente dalla spesa pubblica e, in un paese caratterizzato da un debito elevato, margini fiscali limitati e spesa corrente molto consistente, pensare che basti aumentare gli stanziamenti pubblici rappresenta una scorciatoia poco credibile. Gli ultimi anni hanno dimostrato che si può spendere molto (anzi, senza limiti) senza aumentare in modo significativo il potenziale produttivo del paese. Il problema degli investimenti è profondo e di lungo periodo. Ponendo pari a 100 il livello degli investimenti reali nel 1970, oggi l’Italia supera di poco quota 150, mentre la mediana delle economie avanzate supera 250. In mezzo secolo abbiamo accumulato molto meno capitale rispetto ai nostri concorrenti. Inoltre, il recente recupero è stato trainato dall’edilizia, più che da macchinari, tecnologie e capitale immateriale. E questo è il nodo centrale: un paese che investe più negli immobili che negli strumenti produttivi difficilmente incassa salari più elevati e maggiore crescita. Da questo punto di vista, sia il Superbonus sia una parte degli investimenti del Pnrr rischiano di apparire come occasioni utilizzate più per sostenere la domanda che per aumentare la capacità produttiva futura.Del resto, l’esito di Superbonus e Pnrr non stupisce così tanto pensando che la spesa italiana in ricerca e sviluppo resta intorno all’1,4 per cento del pil, contro oltre il 2 per cento della media europea e quasi il 3 per cento della media Ocse. Il divario dipende soprattutto dalla componente privata: le imprese italiane investono meno dei concorrenti in ricerca, brevetti, software, dati, organizzazione e tecnologie avanzate. Ovvero, proprio nelle attività che oggi determinano la frontiera della produttività il ritardo rimane evidente. Anche la struttura dimensionale pesa. Quasi l’80 per cento delle imprese italiane ha meno di dieci addetti e soltanto una quota minima supera i 250. Le piccole imprese possono essere dinamiche e specializzate, ma un sistema dominato dalle microimprese incontra maggiori difficoltà nel finanziare ricerca, attrarre capitale umano qualificato, innovare e competere sui mercati globali.Per questo Orsini fa bene a chiedere una politica europea più ambiziosa, ma anche le imprese devono fare il proprio esame di coscienza. Non basta chiedere meno tasse, meno regole e più incentivi. Occorre investire di più, crescere di scala, aprire il capitale, rafforzare la managerializzazione, adottare nuove tecnologie e valorizzare competenze qualificate. Un capitalismo che domanda protezione ma investe poco in innovazione non dovrebbe sorprendersi se la produttività ristagna e i salari restano bassi. La crescita di un paese avanzato nasce soprattutto da imprese che innovano, rischiano, competono e creano valore. Lo stato deve rimuovere ostacoli e investire meglio. L’Europa deve creare scala. Le imprese devono fare il loro mestiere e produrre più valore. Senza questo, non ci saranno né salari più alti né una crescita duratura.
Le imprese chiedono crescita, ma deve partire anche da loro
Non basta chiedere meno tasse, meno regole e più incentivi. Occorre investire di più, crescere di scala, aprire il capitale, rafforzare la managerializzazione, adottare nuove tecnologie e valorizzare competenze qualificate






