Al vertice della Nato ad Ankara, l’Indo-Pacifico è entrato nella conversazione attraverso una serie di incontri e iniziative che mostrano quanto profondamente i due spazi strategici stanno diventando interconnessi. Non si tratta dell’espansione della Nato nel Pacifico. Si tratta di una cooperazione costruita attorno a interessi condivisi, capacità industriali e vulnerabilità comuni

Al summit Nato di Ankara, l’Indo-Pacifico è entrato nella conversazione attraverso una serie di incontri e iniziative che raccontano quanto i due spazi strategici siano ormai interconnessi. Il punto non è un’espansione della Nato verso oriente, ipotesi che non è sul tavolo, ma la crescita di una cooperazione costruita intorno a interessi condivisi, capacità industriali e vulnerabilità comuni.

Il 7 luglio, il segretario generale Mark Rutte ha incontrato i rappresentanti dei quattro partner indo-pacifici della Nato — Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, i cosiddetti “IP4”. La discussione ha toccato Ucraina, Cina, Corea del Nord e Iran, per poi concentrarsi sulle aree in cui rendere più concreta la collaborazione: industria della difesa, cyber e tecnologia.

Da parte asiatica, l’interesse per questo rapporto sembra crescere proprio mentre Washington chiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Il presidente sudcoreano, Lee Jae-myung, ha indicato nella cooperazione con la Nato uno strumento per affrontare sfide che attraversano ormai i confini regionali, dalla sicurezza delle supply chain alla cooperazione militare tra Russia e Corea del Nord. Anche Tokyo insiste sulla stessa interdipendenza: secondo il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi, quanto accade nello spazio euro-atlantico e nell’Indo-Pacifico appartiene ormai a un unico quadro strategico. È una convergenza dettata da interessi concreti, che trova nell’approccio olistico alla sicurezza economica il terreno più immediato di collaborazione.