Negli ultimi giorni l’Indo-Pacifico ha mostrato il proprio volto reale come infrastruttura geopolitica centrale della competizione sistemica contemporanea. Le connessioni stanno diventando più importanti dei territori. Le supply chain più importanti delle frontiere. La resilienza sociale è importante quanto la deterrenza militare. E la fiducia degli alleati importante quanto le capacità operative. È dentro questa trasformazione che bisogna leggere Taiwan, il Quad, Xi e Putin, il riarmo strategico nipponico e lo slancio dell’Indo-Mediterraneo

In queste ultime due settimane l’Indo-Pacifico ha mostrato contemporaneamente quasi tutte le proprie complessità. Nel giro di pochi giorni, i leader di Stati Uniti e Cina si sono incontrati a Pechino cercando di costruire una nuova forma di dialogo strategico dentro quello che Donald Trump continua implicitamente a immaginare come una sorta di “G2”: un rapporto tra pari, pragmatico, transazionale e potenzialmente cooperativo, capace di gestire la competizione globale attraverso una relazione diretta tra Washington e Pechino. Per Xi Jinping, però, questo schema è meno conveniente di quanto possa apparire.

La leadership cinese non ama il concetto di G2: considera i sistemi “G” strutturalmente escludenti e incompatibili con la narrativa attraverso cui Pechino cerca di presentarsi come guida inclusiva di un ordine internazionale alternativo, formalmente multipolare, sebbene nei fatti sempre più centrato sugli interessi strategici cinesi. Eppure, proprio il summit Trump-Xi ha finito per accelerare quasi tutte le altre dinamiche regionali.