La dottoressa Yu Jie è Senior Research Fellow per la Cina a Chatham House, che si concentra sull’interazione tra l’economia politica interna della Cina e la sua politica estera. Lei ha scritto di recente per il Time Magazine un saggio sulla strategia geopolitica di Pechino “China First”, di cosa si tratta?«Si tratta di un’idea che parte da “America First”, lo slogan che il presidente Trump ha usato per unire lo zoccolo duro del suo elettorato. “China First” indica la strategia a lungo termine del presidente Xi nei confronti della politica economica del suo Paese, ma è anche il modus operandi della sua diplomazia. Una delle questioni chiave è come la Cina possa far transitare la propria economia dall’essere trainata prevalentemente dall’immobiliare al ruolo di campione globale di tecnologia e innovazione. Questo implica spendere la maggior parte delle proprie risorse finanziare e umane al proprio interno, e questo è uno strato della strategia». E il secondo?«Il secondo ha a che fare con la gestione delle altre grandi potenze, inclusi gli Usa, l'Ue e gli Stati membri dell'Unione Europea. L'idea di Pechino non è quella di ridurre la rivalità con Washington e le dispute con l’Europa, ma di gestirle e tenerle sotto controllo per facilitare lo sviluppo interno cinese. Il successo economico conseguito da Pechino negli ultimi 50 anni poggia sull’ordine internazionale che fa capo agli Usa, e l’economia cinese ha prosperato grazie a una partnership commerciale de facto con il resto del mondo». Esiste un terzo strato?«Sì, e riguarda i vicini della Cina, che confina con 14 nazioni diverse. La scommessa diplomatica di Pechino vede i propri vicini come priorità, incluse l'India e la Russia. È una visione incentrata su se stessi, a differenza degli Usa che si considerano una superpotenza in grado di intervenire ovunque». Russia, Cina e India hanno delle relazioni di confine da gestire?«Quando si parla di Cina e Russia, la geografia viene prima di tutto. Pechino e Mosca condividono 4300 chilometri di confine: è la lunghezza dell'intero continente europeo, e se la Cina non gestisce quella frontiera la Russia rischia di diventare una minaccia alla sicurezza nazionale cinese. Nel Mare Cinese Meridionale ci sono altre frontiere che la Cina contesta alle altre potenze asiatiche, incrociando anche gli interessi degi Usa. Di conseguenza, Pechino deve mettere in sicurezza il versante occidentale per avere più spazio di manovra a Est e a Sud». A differenza degli Usa, la Cina non si fa coinvolgere nelle guerre altrui, anzi, preferisce agire quasi da arbitro?«Pechino è diventata ultimamente un crocevia della diplomazia, e alcuni partner degli Usa come la Francia, il Regno Unito e il Canada cominciano a considerare la Cina come una forza stabile della politica internazionale. Non significa necessariamente che condividono le sue posizioni sulle varie guerre. Non userei però la parola “arbitro” perché una delle lezioni che la Cina ha imparato dagli Usa è quella di non entrare in conflitti che hai compreso solo in parte. La Cina ha massicci interessi economici ed energetici nello stretto di Hormuz, ma si è resa conto che le posizioni delle parti del conflitto sono troppo distanti per ottenere una tregua duratura. Per anni, il rapporto della Cina con il Medio Oriente si è basato sul commercio più che sulla costruzione di una architettura strategica di sicurezza. Pechino ha permesso agli Usa di fare i lavori pesanti, ma siccome l’equilibrio si è rotto dovrà cercare nuove soluzioni». Putin e Xi sono alleati ma non amici, e poi c’è Taiwan, ma anche la paura del Giappone, e le Filippine?«Con l’apparente ritiro degli Usa dalla regione del Pacifico Asiatico, gli alleati americani come il Giappone, le Filippine e la Corea del Sud vorrebbero incrementare il loro potenziale difensivo. Il problema è come questa strategia possa venire percepita da Pechino. Questo è il primo strato». E il secondo?«Il secondo è che, per esempio, Pechino non usa il termine “alleanza” nei confronti della Russia. Preferisce parlare di “allineamento”, perché esistono interessi comuni, ma anche divergenze. La Cina preferisce interagire con il mondo attraverso l’integrazione economica, mentre la Russia porta distruzione e paura. Quello che davvero unisce Cina e Russia è il risentimento condiviso nei confronti dell’egemonia americana. Considerando però l’assenza di leadership degli Usa, vedremo emergere un mondo con molte sfumature di grigio, ma non il bianco e nero della guerra fredda». Come sta andando l’economia cinese?«Per i leader cinesi la soglia del dolore di un rallentamento della crescita è diventata più elevata. Secondo il piano quinquennale, dovranno raggiungere un tasso del 4,5-5 per cento del Pil, che però è difficile da raggiungere, soprattutto a causa della riduzione del settore immobiliare e dei servizi. L’economia rallenterà inevitabilmente». Grandi società europee come Volkswagen e Stellantis hanno comprato compagnie cinesi, e venderanno le loro auto in Occidente a prezzi ridotti?«Ho appena parlato con una persona che ha lavorato in Volkswagen e che mi ha dato un motivo molto sorprendente: “Vogliamo usare la ricerca e la capacità di innovazione e sviluppo cinese per fare soldi in Germania”. Otto anni fa in Cina c'erano 120 compagnie di auto elettriche, oggi il mercato si è consolidato attorno a una ventina di grandi produttori, in una competizione interna al coltello, nella quale sopravvivono solo i migliori». Cosa vuole la Cina?«Innanzitutto un’economia che continui a crescere, per beneficiare tutta la società. E poi, quello che ha già ottenuto: uno status di quasi parità con gli Usa a livello internazionale. In terzo luogo, Pechino vuole una riunificazione inevitabile con Taiwan, preferibilmente non con strumenti militari». La Cina vuole essere il leader dell’Asia?«Pechino dice chiaramente di desiderare una leadership in Asia, ma la leadership non si può dichiarare. Esige seguaci, e per ora molti Paesi asiatici considerano la Cina un partner economico indispensabile, ma non necessariamente un garante di sicurezza».