La settimana scorsa Pechino ha staccato il biglietto che inseguiva da decenni: il riconoscimento americano di essere potenza di pari rango. Non più la fabbrica che assembla i sogni occidentali a basso costo, ma il coinquilino del piano nobile della storia. Il problema è che Donald Trump, nel tentativo di fermare la Cina, ha finito per comportarsi come il portiere ubriaco di un casinò in fiamme: urla, spintoni, dazi, minacce e, alla fine, spalanca lui stesso la porta principale all’avversario. Mentre Washington trasformava la politica estera in un rodeo con i lanciafiamme, Xi Jinping saliva le scale in smoking. Ma è proprio qui che inizia il difficile. Entrare nel club delle superpotenze è complicato. Restarci senza far saltare il banco lo è molto di più.

Per quarant’anni la Cina ha costruito il proprio miracolo come un gigantesco cantiere navale: cemento, acciaio, export, capacità produttiva, infrastrutture. Una macchina impressionante, quasi disumana nella sua efficienza. Solo che oggi quel transatlantico continua a muoversi, ma con i motori che tossiscono. La crescita rallenta, i consumi interni arrancano, i giovani fanno fatica a trovare lavoro e la fiducia delle famiglie si assottiglia. La Cina resta potente, certo. Ma anche un impero può iniziare a scricchiolare se produce più pannelli solari che speranza sociale. Ecco allora il vero paradosso cinese. Xi Jinping ha conquistato il mondo costruendo cose. Adesso deve evitare che il suo Paese si svuoti dentro. La “prosperità comune” non può restare uno slogan da congresso del Partito buono per gli applausi coreografici. Deve diventare redistribuzione, welfare, salari, servizi, fiducia: ovvero, investimenti sulle persone. In altre parole: meno ossessione per l’offerta e più attenzione alla domanda interna. Tradotto brutalmente: la Cina deve smettere di credere che basti asfaltare il futuro se poi milioni di cittadini non hanno abbastanza serenità per attraversarlo.