Commercio, clima, ricerca, equilibri internazionali. La Cina sta provando a sfruttare l'incertezza portata da Donald Trump per rafforzare le proprie credenziali da presunta "potenza responsabile", andando a riempire spazi lasciati più o meno vuoti dagli Stati Uniti. La Cina di Xi Jinping si presenta oggi al mondo con un atteggiamento molto diverso da quello del 2016, quando Donald Trump conquistò la Casa Bianca per la prima volta. Allora, Pechino fu colta parzialmente di sorpresa: non aveva previsto la portata del terremoto geopolitico in arrivo, né la brutalità con cui Trump avrebbe scardinato decenni di equilibrio tra Stati Uniti e Cina.La guerra commerciale, le sanzioni tecnologiche, l’inasprimento sul dossier di Taiwan e l’uso spregiudicato del nazionalismo economico americano costrinsero Pechino a correre ai ripari. Oggi, però, la Cina è in una posizione ben diversa: più prudente, più strutturata e più consapevole di come gestire (e perfino sfruttare) il Trump bis. Negli ultimi anni, Xi Jinping ha trasformato la vulnerabilità cinese in una strategia. Le tensioni con Washington, anziché indebolire il Paese, hanno accelerato un processo di adattamento politico, tecnologico e diplomatico. Pechino ha compreso che il “rischio Trump” (cioè la possibilità di una nuova ondata di protezionismo, scontro commerciale e isolamento strategico) non è un’anomalia ma una costante della politica americana contemporanea. Per questo ha deciso di costruire una postura internazionale capace di reggere all’impatto, e anzi di sfruttarlo a proprio vantaggio.Una Cina più pronta e consapevoleOggi la Cina appare più pronta perché ha imparato a leggere Trump non come una minaccia imprevedibile, ma come un’opportunità geopolitica. L’America di Trump tende a chiudersi, a diffidare delle istituzioni multilaterali, a ridurre gli impegni internazionali e a frammentare il consenso globale. Tutto ciò crea uno spazio che Pechino può riempire, presentandosi come la potenza della stabilità, del pragmatismo e della continuità. Xi Jinping non mira a conquistare la leadership del mondo in senso classico, ma a plasmare un nuovo equilibrio in cui la Cina possa apparire come l’unico attore razionale in un sistema dominato dal caos americano.Già oggi si vedono i segnali di questa strategia. La Cina ha scelto di mostrarsi come un pilastro del multilateralismo. A inizio settembre lo ha fatto radunando a Pechino una fetta rilevante del Sud del mondo (Global South), o meglio di quel mondo non occidentale insoddisfatto da dazi e sanzioni commerciali. Proprio sfruttando le "punizioni" di Washington, inferte indiscriminatamente ad alleati e rivali, la Cina ha rafforzato e ampliato lo spettro d'azione di piattaforme alternative come l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) o i Brics, cercando di accelerare il processo di riduzione di dipendenza dal dollaro statunitense e proponendo un nuovo paradigma degli equilibri globali.Una riforma delle istituzioni internazionale e il ruolo nel WTO (Organizzazione mondiale del commercio)Un processo che però si accompagna al rimodellamento delle istituzioni già esistenti. Nelle scorse settimane, intervenendo alle Nazioni Unite, il premier cinese Li Qiang ha annunciato che Pechino non rivendicherà più lo status di paese in via di sviluppo presso l’Organizzazione mondiale del commercio (World trade organization, Wto). È un gesto simbolico ma potentissimo, che consente alla Cina di presentarsi come potenza matura, disposta ad assumersi responsabilità globali. Proprio il precedente rifiuto di Pechino in materia era considerato uno dei principali ostacoli alla riforma che la Cina dice ora di appoggiare. Proprio mentre gli Stati Uniti si disimpegnano. È una mossa calibrata per mettere in evidenza il contrasto: dove Trump alza dazi e minaccia guerre commerciali, Pechino parla di cooperazione e riforma del commercio globale.Dopo anni in cui è stata al centro delle critiche per le sue pratiche di dumping, sussidi industriali e protezionismo tecnologico, il governo cinese tenta ora di riposizionarsi come forza di stabilità in un sistema commerciale globale in crisi. La rinuncia al trattamento speciale, dunque, non è solo una concessione formale ma un atto politico di riposizionamento. È il segnale di una Cina che accetta, almeno sul piano retorico, di giocare secondo le stesse regole delle potenze avanzate.In un contesto in cui gli Stati Uniti, sotto Trump, hanno bloccato per anni la riforma del Wto accusando Pechino di slealtà commerciale, la mossa di Li Qiang toglie a Washington un argomento chiave. La Cina sa bene che, sul piano sostanziale, la sua politica industriale e commerciale non cambierà radicalmente. Continuerà a sostenere le proprie imprese statali, a proteggere settori strategici e a usare strumenti di intervento economico che l’Occidente considera distorsivi. Ma ciò che conta oggi è la percezione. E la percezione, nel contesto internazionale, è che Pechino si stia comportando da potenza adulta, pronta a contribuire al “bene comune” globale proprio mentre Washington si chiude dietro le barriere dei dazi e della propaganda nazionalista. Non importa che la mossa abbia pochi effetti concreti: con il ritiro trumpiano, anche il "poco" cinese è più che abbastanza per un mondo a caccia di elementi di stabilità.Nuova narrativa anche sul fronte climaticoUn altro fronte su cui la Cina si muove con abilità è quello ambientale e climatico. Xi Jinping ha annunciato nuovi obiettivi quantitativi di riduzione delle emissioni: una diminuzione netta del 7-10% entro il 2035 rispetto ai livelli attuali, l’aumento della quota di energie considerate pulite fino al 30% del consumo totale e una crescita vertiginosa delle capacità solare ed eolica. Si tratta di numeri non sufficienti secondo l'Unione europea, ma il loro valore politico è ancora maggiore del loro contenuto tecnico.La Cina si presenta come un attore responsabile che investe nella transizione ecologica, mentre gli Stati Uniti di Trump negano l’esistenza stessa della crisi climatica. È un ribaltamento di ruoli che Pechino sfrutta con grande maestria comunicativa: davanti a un’America negazionista e litigiosa, la Cina si propone come motore propulsore della transizione, che però va compiuta secondo una sua tabella di marcia. Xi sollecita un'azione più decisa per il clima da parte dei Paesi più sviluppati del mondo, di cui la Cina non si considera ancora parte perché ritiene che il suo sviluppo debba ancora completarsi.Una posizione che piace anche a diverse economie emergenti, che rivendicano la libertà di inquinare prima di abbattere davvero le emissioni, addossando la responsabilità della loro precedente esplosione ai Paesi più sviluppati dell’Occidente che ora vorrebbero imporre i loro tempi a tutti. Questo atteggiamento si riflette anche nella diplomazia regionale. Pechino ha rafforzato la sua influenza nel Sud globale, proponendosi come interlocutore affidabile per Africa, America Latina e Asia meridionale. Con l’iniziativa Belt and road — ora riformulata in chiave “verde” e “sostenibile” – la Cina offre infrastrutture, tecnologie e finanziamenti a Paesi che si sentono trascurati dall’Occidente.Tecnologia e soft power digitaleAttenzione anche al fronte digitale. Sul piano tecnologico, Xi ha lanciato l’Iniziativa di cooperazione internazionale AI+, dichiarando che l’intelligenza artificiale dev’essere considerata un “bene pubblico universale”. È un messaggio rivolto soprattutto all’Europa e ai Paesi emergenti: la Cina si propone come forza regolatrice, in grado di guidare un processo di innovazione “etico e condiviso”, in contrasto con l’approccio americano, percepito come deregolamentato, dominato dalle multinazionali e privo di visione collettiva.In un mondo preoccupato dalle derive dell’IA e dalle disuguaglianze digitali, l’idea di una governance multilaterale del progresso tecnologico suona rassicurante. Pechino sfrutta questo clima, non tanto per limitare l’IA (che anzi considera un’arma strategica), quanto per posizionarsi come il Paese che “sa governarla”, che offre ordine e regole là dove gli altri offrono incertezza. Si realizza dunque un altro paradosso. La governance cinese dell’intelligenza artificiale è in realtà profondamente centralizzata, regolamentata e pianificata.E non mancano le preoccupazioni per l'utilizzo delle applicazioni di IA come forma di controllo, per esempio con il riconoscimento facciale o le tecnologie di sorveglianza. Ma proponendosi "open source", come accaduto con DeepSeek, dà un'immagine di apertura verso l'esterno. In molti contesti, dove il capitale privato è scarso e le risorse tecnologiche limitate, avere accesso a modelli performanti senza dover sottostare a licenze onerose o infrastrutture proprietarie può rappresentare un’accelerazione decisiva.Senza contare l'aspetto narrativo della proposta cinese: al contrario dell'universalismo morale del modello occidentale, la prospettiva di Pechino è che ogni Paese possa adattare la tecnologia al proprio sistema politico-sociale, raggiungendo o tutelando la propria sovranità digitale.La caccia ai talenti e il nuovo visto K per giovani laureatiTra le opportunità più immediate intraviste dalla Cina, c'è quella che riguarda l'attrazione dei talenti, sia cinesi sia stranieri. Dopo la recente stretta della Casa Bianca contro Harvard e gli studenti stranieri, diverse università cinesi hanno aumentato il numero riservato a iscritti internazionali. Negli ultimi anni, un numero crescente di accademici, sia cinesi di ritorno dall’estero sia stranieri, sta scegliendo di trasferirsi o tornare in Cina per proseguire le proprie carriere universitarie e di ricerca.La Cina ha lanciato programmi come il Thousand talents plan e l'Overseas high-level talent program, che offrono stipendi competitivi, laboratori ben finanziati, posizioni accademiche di prestigio e possibilità di guidare progetti multidisciplinari. La libertà accademica in Cina è spesso limitata nei settori delle scienze sociali e umanistiche, dove il controllo ideologico è forte. Ma sul fronte scientifico e tecnologico, l'accademia cinese sta recuperando molte posizioni, grazie anche ai muri eretti negli Usa. Una tendenza che potrebbe aiutare il complicato perseguimento dell'autosufficienza tecnologica desiderata da Xi.A tal scopo, dal 1 ottobre è entrato in vigore il nuovo visto di tipo K, rivolto a giovani laureati stranieri in discipline legate a scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. A differenza di quasi ogni altro tipo di visto cinese, non richiede un invito preventivo da parte di un datore di lavoro o di un ente statale. Tradotto: l'ingresso è possibile anche senza un'offerta di impiego. Non solo: consente anche maggiore flessibilità su durata del soggiorno, periodo di validità e numero di ingressi autorizzati nel Paese.Il tempismo dell'introduzione del visto K è particolarmente favorevole, visto che solo poche settimane fa gli Stati Uniti hanno annunciato che chiederanno alle aziende di pagare centomila dollari all'anno per ogni visto H-1B, utilizzato dalle compagnie tecnologiche per assumere lavoratori qualificati dall'estero. La Cina si muove invece in direzione contraria.Il gioco degli specchiResta da capire fino a che punto queste mosse siano sostanza o scenografia. La riforma del Wto difficilmente troverà un consenso rapido: molti Paesi diffidano dell’idea di affidare alla Cina un ruolo centrale nella riscrittura delle regole globali. Le promesse sul clima, pur significative, restano ancora troppo vaghe rispetto alla dimensione industriale e carbonifera dell’economia cinese. E il nuovo visto per talenti, pur attraente sulla carta, potrebbe scontrarsi con il persistente sospetto occidentale verso il clima di sorveglianza.Eppure, proprio per contrasto con l’isolazionismo di Trump, anche gesti limitati assumono un peso politico notevole. In un mondo in cui gli Stati Uniti sembrano rinunciare alla leadership morale, la Cina può apparire come l’unico attore capace di fornire continuità e prospettiva. Non è necessariamente un segno di fiducia verso Pechino, ma piuttosto il riflesso di un vuoto globale che altri non hanno saputo colmare.In questo senso, la strategia cinese funziona meno come un’apertura autentica e più come un esercizio di contrasto simbolico: aprire mentre gli altri chiudono, promettere stabilità mentre gli altri si ritirano nel caos. Un elaborato gioco di specchi, in cui la Cina prova a uscire con un'immagine migliore.
Come sta cambiando l'eterna Cina con il secondo regno di Trump
Commercio, clima, intelligenza artificiale. Pechino ha avviato una serie di iniziative per presentarsi come potenza responsabile, a differenza dell'America di Trump. Una nuova narrativa per un percorso che è sempre quello






