Seveso – Giuliana Zorzi quel 10 luglio compiva 18 anni. “Abitavamo in via Carlo Porta 24, tutta la famiglia si doveva riunire per fare festa”, racconta emozionata sul palco, ricordando il clima surreale di quel compleanno, le finestre chiuse e l’odore acre nell’aria. E poi la zia, “l’unica che aveva il telefono in tutta la via”, che per cercare di capire cosa stesse succedendo decise di chiamare il cognato, operaio Icmesa. Giuliana parla dal palco allestito sotto la tensostruttura che accoglie gli ospiti del Bosco delle Querce ricordando quei primi giorni, le tute bianche in paese, l’invito a non mangiare frutta e verdura, il gattino di casa che si ammala.

L’ordinanza di evacuare

“A mio papà Gino al mattino piaceva ascoltare il cinguettio degli uccelli, ma non si sentivano più”, ricorda. Fino a quel 24 luglio, l’arrivo dell’ordinanza di evacuare. “Una valigia per 15 giorni”, si diceva allora ai ’diossinati’, come cominciavano a essere chiamati gli abitanti della zona da chi temeva di essere contagiato dalle persone così come dalle merci prodotte, spiega la voce narrante dell’attrice che ha legato tutte le testimonianze in un racconto corale. “Il 26 portammo via poche cose, convinti di ritornare in qualche giorno – incalza Giuliana –. Ci portarono al residence Leonardo. Ricordo il dolore di mio nonno Ruggero, che aveva dedicato tante energie alla casa e all’orto e ora passava tutto il giorno in quel residence, fermo a fissare il vuoto”. Dopo un anno la notizia che le case sarebbero state abbattute. “Mio padre era muratore, aveva costruito la casa con le sue mani. Volle essere presente, e fu la prima volta che lo vidi piangere. Solo in quel momento capii che non saremmo più tornati a casa. Fu demolita la nuova cucina moderna americana color cipria voluta dalla mamma, sparì la cameretta di mio fratello Fabio, tutto demolito e sepolto”. Il dolore composto di una ragazzina per le cose perdute. “Quello che mi mancava di più era Marcello, il mio bambolotto. Era un dono frutto di sacrificio. Quando dovetti lasciare la casa pensai che l’avrei poi ritrovato”. I giovani attori di Teatro Contatto si preparano a eseguire il flash mob alla cerimonia per il cinquantesimo anniversario del disastro ambientale