Una nube tossica su cui calò un silenzio assordante per giorni, animali abbattuti e donne costrette ad abortire e conseguenze drammatiche durate decenni: perché il disastro di Seveso, avvenuto 50 anni fa, riguarda ancora tutti noi

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La nube tossica, coperta dal silenzio delle istituzioniIl dramma delle donne aborti terapeutici tra paura e polemicheI bambini colpiti e la lunga ombra dei tumoriUn ambiente devastato migliaia di animali morti e 80 mila abbattutiLaura Conti, la voce che ruppe il silenzio, e la Direttiva SevesoA cinquant’anni da Seveso, la domanda resta la stessa

Niente fiamme alte spaventose né macerie, ma una nube tossica che contaminò l’aria, gli orti e avvelenò in modo silenzioso persone e animali in Lombardia. Il 10 luglio 1976 una fuoriuscita di diossina trasformò Seveso, comune della provincia di Monza e della Brianza, nel simbolo del più grave disastro chimico della storia italiana. Da quel momento nulla fu più come prima: migliaia di animali morirono o vennero abbattuti, centinaia di famiglie furono evacuate, diverse donne incinte abortirono e gli effetti sulla salute avrebbero continuato a emergere negli anni successivi.

Era la mattina del 10 luglio 1976 quando reattore dell’azienda chimica Icmesa di Meda si sprigionò una nube di TCDD, la più tossica tra le diossine conosciute, che il vento trasportò sui comuni di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio, con conseguenze devastanti. È una storia, ribattezzata la “Chernobyl italiana”, che ancora oggi ci interroga il nostro rapporto con la sicurezza industriale, la salute pubblica e la giustizia ambientale.