Quel 10 luglio del 1976, alle 12.37, nel reattore A101 della Icmesa di Meda una reazione fuori controllo liberò nell’aria circa 400 chili di sostanze chimiche. Il vento spinse la nube a sud est, sopra case, campi, orti. Si contarono 40mila persone esposte, migliaia di animali morti o abbattuti, centinaia di ettari agricoli bruciati, 447 casi accertati di cloracne, una dermatite generata dalla diossina che provocava cisti e lesioni dolorose, soprattutto tra i bambini. Nessuno morì direttamente quel giorno, ma la devastazione fu evidente e durò a lungo.

Fu il disastro di Seveso, che ancora oggi gli esperti annoverano - dopo quelli di Bhopal e di Chernobyl - come uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall’uomo. Allora non eravamo come oggi abituati a vedere quotidianamente bambini squassati dalle bombe, diventare bersagli dei proiettili, avere la pelle in fiamme per i gas tossici, annegare in mare. Cinquanta anni fa le fotografie pubblicate sui quotidiani richiamarono le immagini - per quei tempi insopportabili - delle devastanti sofferenze procurate dagli agenti chimici sparsi dagli americani sulle popolazioni civili in Vietnam.

La Icmesa, arrivata a Meda nel dopoguerra e controllata dalla svizzera Givaudan (gruppo Hoffmann-La Roche), era già nota per odori nauseabondi, scarichi nel torrente Certesa, incendi di rifiuti nocivi, inquinamento delle falde. Tanto potente era l’industria, tanto impotenti erano le istituzioni e i cittadini. Nel 1976, poche settimane prima dell’incidente di Seveso, il direttore tecnico di Icmesa fu assolto per insufficienza di prove in un processo istruito due anni prima in seguito a varie denunce per inquinamento idrico.