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Prima del 19 luglio del 1976 non erano in molti a sapere che cosa si facesse davvero dentro l’ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), nemmeno tra chi lì dentro ci lavorava. La chiamavano tutti la “fabbrica dei profumi”: un po’ perché era controllata dall’azienda svizzera Givaudan, del gruppo farmaceutico Hoffmann-La Roche, che produceva sostanze impiegate anche in profumi e cosmetici; un po’ per via degli odori che diffondeva, che spesso erano sgradevoli, penetranti, acri e qualche volta quasi insopportabili.
Poi il 10 luglio del 1976 da una torre dello stabilimento cominciò a uscire un fumo biancastro, che il vento trascinò per qualche chilometro. L’odore era atroce: chi stava pranzando all’aperto si rifugiò in casa, chiudendo le porte e le finestre. Dopo una ventina di minuti il fumo smise di uscire, ma la nube rimase lì.
L’ICMESA si limitò a segnalare ai Carabinieri che si era dispersa una sostanza impiegata anche negli erbicidi. E in effetti i campi si seccarono presto, così come le foglie e le cortecce degli alberi, che presero a staccarsi dai tronchi. Anche gli animali morivano. I sindaci di Seveso e di Meda, i comuni più vicini all’azienda, emisero delle ordinanze: raccomandavano una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti e vietavano di toccare ortaggi, terreno e animali, che era meglio non mangiare. La fabbrica, intanto, restò aperta.













