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Gian Antonio Stella

Il 10 luglio 1976 la catastrofe ambientale partita da un comignolo della Icmesa, in Brianza. Il giallo dei 42 fusti di rifiuti tossici spariti

«Si è sentito un fischio, i bambini giocavano in cortile, e ho urlato: “Venite su”». «Non come le sirene, un fischio come il vento», dice il marito. «Faceva un odore, un odore di roba chimica». «E un soffio d’aria spingeva quella nuvola, che è entrata in cucina, e anche nella sala, e dopo un po’ i miei figli avevano le chiazze rosse in faccia e sono diventati gonfi…».

Mezzo secolo dopo tolgono ancora il fiato le parole con cui Rosalia Conti e suo marito raccontarono a Enzo Biagi e al Corriere l’esplosione alla Icmesa e la nuvola che si era levata appena al di là della recinzione, dietro le robinie. Diossina! Che ne sapevano, loro, della diossina? «I gatti, i polli, i conigli, anche gli uccellini sono morti subito. Forse perché più deboli, resistono di meno». Eppure, spiegava il grande inviato, «non c’è, nella gente, il senso dello sgomento, della paura; è un male che non si vede, difficile da spiegare: anche i paragoni, Seveso come il Vietnam, sembrano sproporzionati. Ho visto, sul Mekong, che cos’è un bosco senza vita, un albero che non metterà mai più le foglie, ma i segni del dramma, su questa scena paesana, quasi non si avvertono. È un’angoscia che non appare, perché la tragedia si nasconde nel futuro, e nei misteri dei cromosomi, o nelle possibilità sconosciute e insidiose di certe formule, TCDD, o di certi nomi difficili: diossina. Che cosa può accadere domani a coloro che sono stati colpiti?».