Cosa resta di un disastro ambientale? Il 10 luglio del 1976, a Seveso, in Brianza, si diffondeva una nube di diossina, stimata in totale tra i quindici e i diciotto chili sprigionati dall’Icmesa di Meda, fabbrica chimica di cosmetici, dopo un incidente in un suo reattore. L’azienda, soprannominata “la fabbrica dei profumi”, di proprietà del gruppo Givaudan, controllato dalla multinazionale Hoffmann-La Roche, produceva triclorofenolo, che sopra i 156 gradi si trasforma in Tcdd, una varietà di diossina particolarmente tossica. Quel giorno, la temperatura salì fino a 500 gradi. Settecento persone furono costrette a lasciare le loro case, gran parte della vegetazione morì, migliaia di animali persero la vita e furono abbattuti, fino alla bonifica iniziata nel 1983, al processo penale e ai risarcimenti.Da allora, per fortuna, molto è cambiato. Oggi nella zona dell’incidente, per volontà dei cittadini, sorge un bosco, il Parco naturale regionale “Bosco delle querce”.Luigi Bisanti negli anni dopo il ’76 ha lavorato come epidemiologo nell’Ufficio speciale che la Regione Lombardia creò a Seveso. «Ero un giovanissimo medico – ricorda – , avevo studiato all’estero epidemiologia e per questo fui mandato a Seveso. L’Italia aveva scarse risorse per affrontare una tragedia del genere. Fu un lavoro faticoso e difficile, non c’erano precedenti analoghi di esposizione della popolazione alla diossina, l’unico riferimento era l’agente Orange in Vietnam ma la letteratura a riguardo era ancora molto scarsa. Mi sono occupato all’inizio dei problemi più urgenti, in particolare della cloracne (patologia cutanea, ndr) che colpì quasi la metà dei bambini della zona A, la più contaminata. La popolazione aveva subito l’esposizione a concentrazioni elevate di diossina, bisognava predisporre dei piani di sorveglianza. A fronte delle poche conoscenze sulla tossicità della sostanza ci fu un grande impegno, a livello mondiale. Furono fatti studi di mortalità e incidenza dei tumori durati anni e ancora in corso: non c’è stato un aumento statisticamente rilevante dei tumori, fatta eccezione per linfomi e leucemie, soprattutto nella zona A. Si verificò una maggiore mortalità per eventi di natura cardiocircolatoria subito dopo il ‘76”, e, tra gli altri effetti, si notò per anni che nascevano lievemente più femmine che maschi. Poiché “la diossina agisce sul patrimonio genetico: questo impone sorveglianza».Uno dei grandi temi fu proprio la fertilità e in particolare l’aborto, all’epoca ancora non legale. «Vi furono gravi interferenze di soggetti che volevano decidere per le donne – conferma il medico – negando la loro libertà di giudizio. I medici della clinica Mangiagalli di Milano decisero di stare accanto alle donne, spiegando loro la probabilità che insorgessero problemi nel corso di eventuali gravidanze, dichiarando l’incertezza dei dati a disposizione” e lasciando alle donne di Seveso la libertà di scegliere. Anche in questo, la vicenda della cittadina a meno di trenta chilometri da Milano segnò un cambio di passo e mentalità. «Seveso è uno spartiacque – conclude Bisanti – l’incidente ha messo a nudo una nostra impreparazione, è stato un incentivo a organizzare la sanità in termini di salute pubblica».Sul fronte normativo, la vicenda portò alla direttiva Seveso, appunto, che disciplina a livello europeo la prevenzione e il controllo sulle imprese che manipolano sostanze pericolose.Secondo Edoardo Bai, medico del lavoro, il “caso Seveso” non è chiuso: «I dati, nonostante tutti gli sforzi fatti, erano lacunosi. Si è sottovalutato il rischio. Dall’ultima relazione fatta sul sangue delle donne di Seveso, intorno al 2015, permarrebbero alcuni dati preoccupanti sui tumori al seno. I loro figli soffrono ancora oggi di ipotiroidismo, altro effetto della diossina. La mappatura di partenza delle zone inquinate non fu accurata, sono state tralasciate zone abitate, la parte contaminata era più vasta di quanto stabilito all’epoca. Considerando che i rischi e le zone inquinate sono stati sottostimati, e che parte degli abitanti se n’è andata, anche gli effetti di uno studio epidemiologico in queste condizioni sono sottostimati: la vera gravità dell’accaduto probabilmente non si saprà mai».Intanto, a cinquanta anni dalla tragedia, il 10 luglio 2026, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà a Seveso, per la commemorazione ufficiale del disastro ambientale. Per la sindaca leghista Alessia Borroni «è un onore, un evento storico per i cittadini, si chiude un cerchio di sofferenza. Tutti hanno imparato da quello che per noi è stato un trauma collettivo. Le persone che hanno vissuto quella tragedia ricordano lo sconforto, tra chi ha dovuto lasciare la casa e chi ha perso i propri animali, c’era un vero stigma, eravamo discriminati. Ma voglio sottolineare la “resilienza brianzola”. Gli abitanti sono aumentati, da 16mila a 24mila. Le piccole e medie imprese sono rimaste e molte ne sono nate. I controlli continuano ad essere fatti, non c’è nessun pericolo per la salute dei cittadini. Non vogliamo dimenticare ma voltare pagina, dimostrare come la nostra città sia riuscita a risollevarsi».Il Circolo di Seveso di Legambiente è intitolato all’ecologista Laura Conti, partigiana, medica, deputata e consigliera regionale, tra le prime e più importanti voci nel denunciare quanto accadde. Secondo una dei soci del circolo, Gemma Beretta, «È necessario ridare parola alle comunità e restituire la naturalità che deve essere rigenerata. In questa zona è tutto cementificato. Quanto all’incidente, che è ancora una ferita aperta, e alla sua memoria, servono informazioni più puntuali, perché si sa poco o nulla delle indagini sanitarie sugli esposti della popolazione, e si potrebbe riconoscere che sono stati fatti errori sulle bonifiche, perché se ancora troviamo diossina per fare un’autostrada…».Il riferimento è alle bonifiche in corso per il discusso progetto della Pedemontana lombarda, rete autostradale di oltre 150 chilometri i cui cantieri non sono ancora tutti avviati, che dovrebbe collegare quattro province, interessare anche la superstrada Milano-Meda e lambire l’area del “Bosco delle querce”.«Avevo quindici anni nel ‘76 e la mia vita è cambiata, da allora mi sono occupato di ambiente – spiega Alberto Colombo del gruppo Sinistra e Ambiente di Meda – Non è stato un incidente ma un disastro colpevole. Quella non fu la prima fuoriuscita di sostanze nocive, eravamo abituati all’inquinamento del torrente Certesa che scorreva vicino l’azienda. Ricordo perfettamente gli odori e la pessima nomea di quella fabbrica, si diceva che chi lavorava lì stesse male».L’eredità di quel passato pieno di veleni «c’è ancora ed è pesante. Si tende a edulcorare il racconto di quello che è successo: non è vero che è noto, le bonifiche furono gestite in modo raffazzonato e affrettato. Abbiamo convissuto e viviamo da sempre con la diossina, in territori iper-abitati. Allora eravamo un’area di sacrificio con vari insediamenti chimici, che hanno chiuso, ma ciò non vuol dire che il territorio è rinato: un ecosistema non c’è più, si è rafforzato il consumo di suolo, il modello di sviluppo ad ogni costo non è cambiato». E la Pedemontana, in questo quadro, rappresenta «il pezzo mancante della narrazione ufficiale». Ma questa, forse, è un’altra storia.
Seveso 1976-2026l’ombra lunga di una tragedia
Il 10 luglio di 50 anni fa il più grave incidente ambientale italiano. Oggi la cittadina brianzola continua a fare i conti con un’eredità che divide esperti, ci









