10 luglio del 1976 una nube tossica si alzò dallo stabilimento di Meda della azienda svizzera Icmesa. Siamo nella bassa Brianza. E in quell’ammasso gassoso c’era la diossina TCDD. Che si depositò sui tetti, sugli orti e nei corpi degli abitanti di quei comuni. Con ingenti danni per la salute delle persone e per l’ambiente. È quello che è passato alla Storia come il Disastro di Seveso. Si tratta dell’atto di nascita dell’ambientalismo italiano moderno, ma anche dell’ambivalenza, che a volte sfocia in ambiguità, dell’Italia: un Paese capace di trasformare una tragedia in regole avanzate, meno capace di cambiare quelle stesse regole in cultura diffusa del rischio. Da Seveso, infatti, nacque la Direttiva europea che porta il suo nome, oggi arrivata alla terza versione, la Seveso III. È uno dei pilastri della politica industriale europea: mappatura degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, piani di emergenza, informazione ai cittadini, controlli stringenti. In questo senso, l’Italia è stata laboratorio normativo. Abbiamo imparato che la prevenzione costa meno della bonifica, che la trasparenza è un diritto, che la salute pubblica non è una variabile secondaria.
Eppure.
Eppure, a cinquant’anni di distanza, la fotografia è meno nitida di quello che dovrebbe. Perché a dispetto delle leggi, ci sono ancora troppi luoghi per i quali sono stati riconosciuti danni e pericoli futuri ma su cui le soluzioni tardano ad arrivare. E poi è cambiato il “paesaggio del rischio”.






